LA POLITICA PUÒ DIVENTARE UN MESTIERE?
LA POLITICA PUÒ DIVENTARE UN MESTIERE?
Come si forma un politico preparato, competente e responsabile
C’è una frase che ricorre periodicamente nel dibattito pubblico: «La politica non deve essere un mestiere». Ha una forza intuitiva considerevole. Evoca parlamentari che trascorrono decenni nelle istituzioni, apparati di partito trasformati in sistemi di carriera, incarichi che conducono ad altri incarichi e professionisti della rappresentanza che sembrano aver perduto qualsiasi rapporto con la società che dovrebbero rappresentare.
Ma proviamo a rovesciare la domanda.
Affideremmo un ospedale a qualcuno che non conosce la sanità? La costruzione di un ponte a chi non possiede competenze tecniche? La direzione di un’impresa complessa a una persona scelta esclusivamente perché «viene dalla società civile»?
Probabilmente no.
E allora perché dovremmo considerare un vantaggio l’inesperienza quando si tratta di amministrare una città, approvare un bilancio pubblico, progettare una riforma fiscale, decidere una politica energetica, negoziare un trattato internazionale o governare uno Stato?
Il problema, dunque, potrebbe essere stato formulato male.
La politica deve diventare una professione nel senso della competenza, senza diventare un mestiere nel senso della conservazione del posto.
È una distinzione sottile. Ed è forse una delle questioni centrali delle democrazie contemporanee.
GOVERNARE È DIVENTATO TERRIBILMENTE DIFFICILE
Il politico del XXI secolo deve decidere su problemi di una complessità che sarebbe stata difficilmente immaginabile soltanto qualche generazione fa.
Intelligenza artificiale, transizione energetica, cambiamento climatico, debito pubblico, sistemi pensionistici, biotecnologie, migrazioni, sicurezza informatica, geopolitica delle materie prime, regolamentazione delle piattaforme digitali, demografia, sanità, urbanizzazione.
Naturalmente nessun politico può essere contemporaneamente economista, ingegnere, medico, informatico, giurista e climatologo.
Non è questo che dovremmo pretendere.
Dovremmo però pretendere qualcosa di diverso e forse più difficile: che sappia capire abbastanza da formulare le domande giuste agli specialisti, confrontare risposte differenti, riconoscere l’incertezza e assumersi infine la responsabilità della decisione.
Perché il tecnico e il politico svolgono funzioni differenti.
Il tecnico può spiegare quali conseguenze probabilmente produrrà una determinata scelta. Il politico deve decidere quali conseguenze la società considera preferibili, quali costi è disposta a sopportare e come distribuire quei costi tra gruppi sociali differenti.
La competenza tecnica non elimina la politica. Al contrario: permette alla politica di esercitare consapevolmente la propria funzione.
MA ALLORA CHE COSA DOVREBBE STUDIARE UN POLITICO?
Qui emerge una curiosa anomalia.
Per esercitare numerose professioni occorrono percorsi formativi precisi. Un medico studia medicina. Un magistrato diritto. Un ingegnere ingegneria.
Per diventare parlamentare, ministro o sindaco di una grande città non esiste invece un curriculum obbligatorio.
Ed è giusto che sia così.
Una democrazia non potrebbe stabilire che soltanto chi possiede una determinata laurea abbia diritto a rappresentare i cittadini. Significherebbe trasformare la rappresentanza politica in una corporazione.
Ma dall’assenza di un titolo obbligatorio non deriva che qualsiasi preparazione sia equivalente a qualsiasi altra.
Proviamo allora a immaginare non una laurea del politico, ma una sorta di curriculum ideale.
PRIMO: CONOSCERE LE ISTITUZIONI
Un politico dovrebbe innanzitutto sapere dove si trova.
Sembra banale, ma non lo è.
Dovrebbe conoscere la Costituzione, la separazione dei poteri, le competenze dello Stato, delle Regioni e degli enti locali, il funzionamento del Parlamento, della pubblica amministrazione e della giustizia, nonché i rapporti tra ordinamento nazionale e istituzioni europee.
Dovrebbe soprattutto comprendere che governare non significa poter fare qualsiasi cosa dopo aver vinto un’elezione.
La democrazia costituzionale è costruita precisamente per impedire che la maggioranza possa tutto.
SECONDO: SAPER LEGGERE UN BILANCIO
Ogni politica pubblica prima o poi incontra una colonna di numeri.
Promettere una nuova infrastruttura, diminuire una tassa, aumentare una pensione, finanziare un ospedale o assumere insegnanti significa decidere come utilizzare risorse limitate.
Un politico non deve essere un economista, ma dovrebbe possedere almeno una solida alfabetizzazione economica.
Dovrebbe conoscere la differenza tra deficit e debito, comprendere gli effetti dell’inflazione, sapere che cosa sono produttività e crescita reale, distinguere una spesa corrente da un investimento e capire il significato del costo opportunità.
Quest’ultimo concetto è particolarmente politico.
Ogni euro pubblico speso in una direzione è un euro che non può essere utilizzato contemporaneamente in un’altra.
La politica consiste anche nel decidere quale delle due destinazioni sia preferibile.
TERZO: IMPARARE A LEGGERE I DATI
La politica contemporanea produce e utilizza quantità enormi di informazioni.
Ma possedere dati non significa comprenderli.
Un politico dovrebbe conoscere almeno i principi fondamentali della statistica: differenza tra correlazione e causalità, significato di una media, margine di errore, campionamento, rischio relativo e rischio assoluto.
Dovrebbe inoltre possedere una competenza oggi indispensabile: sapere quando un numero viene utilizzato per informare e quando viene utilizzato per impressionare.
Una percentuale senza denominatore, una variazione senza periodo di riferimento o un grafico con una scala opportunamente modificata possono diventare formidabili strumenti retorici.
La democrazia dei dati richiede politici capaci di difendersi anche dai dati.
QUARTO: CONOSCERE LA SCIENZA SENZA FINGERSI SCIENZIATI
Le decisioni pubbliche incontrano continuamente questioni scientifiche.
Il politico non deve sostituirsi agli esperti, ma dovrebbe conoscere il funzionamento generale del metodo scientifico.
Dovrebbe sapere che la scienza procede attraverso ipotesi, verifiche, probabilità, revisioni e talvolta errori. E soprattutto dovrebbe comprendere che l’incertezza scientifica non equivale all’assenza di conoscenza.
Se gli esperti affermano che un evento ha il 70% di probabilità di verificarsi, il politico non può aspettare che la probabilità diventi 100%: deve decidere dentro l’incertezza.
Questa è precisamente una delle sue funzioni.
QUINTO: CONOSCERE LA STORIA
Una classe politica senza memoria è condannata a considerare ogni crisi come assolutamente nuova e ogni soluzione come mai tentata prima.
La conoscenza storica permette invece di riconoscere analogie, differenze e soprattutto conseguenze inattese.
Non serve per trovare automaticamente soluzioni nel passato. La storia non è un catalogo di ricette.
Serve a sviluppare qualcosa di più importante: il senso della complessità.
Chi conosce sufficientemente la storia tende a diffidare delle spiegazioni monocausali e delle soluzioni miracolose.
Ed è probabilmente una buona qualità per chi governa.
SESTO: IMPARARE A NEGOZIARE
Esiste poi una competenza che difficilmente viene insegnata nelle università ma costituisce il cuore quotidiano della politica: il compromesso.
La parola ha assunto spesso un significato negativo.
Eppure una democrazia pluralista esiste precisamente perché persone con interessi, valori e priorità differenti devono riuscire a convivere.
Compromesso non significa necessariamente rinuncia ai principi.
Significa riconoscere che nessuno possiede da solo l’intera società.
Il politico maturo deve sapere distinguere ciò che per lui è irrinunciabile da ciò che può essere negoziato. E deve comprendere che ottenere il 70% di un obiettivo può essere preferibile a ottenere il 100% di nulla.
SETTIMO: SAPER COMUNICARE SENZA DIVENTARE PRIGIONIERI DELLA COMUNICAZIONE
La politica è sempre stata comunicazione.
Oggi però il rapporto sembra essersi invertito.
Un tempo si prendeva una decisione e successivamente si cercava di comunicarla. Sempre più spesso ci si domanda prima come una decisione verrà percepita e soltanto dopo se sia opportuno prenderla.
Social network, sondaggi continui e ciclo informativo permanente hanno creato un ambiente nel quale ogni dichiarazione può diventare immediatamente virale.
Nasce così una figura pericolosa: il politico che conosce perfettamente l’opinione pubblica di questa mattina ma non possiede alcuna idea della società che vorrebbe costruire tra dieci anni.
Comunicare è indispensabile.
Governare attraverso la comunicazione è un’altra cosa.
OTTAVO: IMPARARE A DIRE «NON LO SO»
Potrebbe essere la competenza più difficile.
La politica premia la sicurezza. Un leader deve apparire deciso, avere risposte, trasmettere controllo.
La realtà, però, è piena di problemi per i quali non esistono risposte certe.
Un politico preparato dovrebbe essere capace di dire: non lo so ancora; dobbiamo verificare; i dati sono insufficienti; gli esperti non concordano; abbiamo sbagliato previsione.
Paradossalmente potrebbe sembrare debole.
In realtà riconoscere il limite della propria conoscenza è una delle forme più elevate di competenza.
E L’ESPERIENZA PROFESSIONALE?
Rimane una questione importante.
È utile che prima di entrare in politica una persona abbia svolto un altro lavoro?
Probabilmente sì.
Non perché un imprenditore, un insegnante, un medico, un operaio o un avvocato siano automaticamente politici migliori. Ma perché avere conosciuto organizzazioni nelle quali il proprio reddito non dipende dall’elezione successiva può offrire un rapporto diverso con la realtà.
Il problema nasce quando la carriera politica diventa un ecosistema completamente autosufficiente.
Organizzazione giovanile, collaboratore politico, incarico di partito, consigliere, parlamentare, sottosegretario, incarico istituzionale.
Un percorso perfettamente legittimo che può produrre persone estremamente competenti. Ma possiede anche un rischio evidente: si può diventare specialisti della politica senza diventare specialisti della società.
QUANDO LA POLITICA DIVENTA CARRIERA
Arriviamo così al paradosso iniziale.
Per governare bene occorre esperienza.
Ma più l’esperienza politica diventa lunga, più può aumentare l’interesse personale a rimanere nel sistema.
Un politico che non possiede altra professione potrebbe trovarsi in una situazione delicata: perdere un’elezione non significa soltanto vedere sconfitto il proprio progetto politico. Può significare perdere il proprio lavoro.
A quel punto compare un incentivo potentissimo.
Conservare il consenso può diventare più importante che governare bene.
E le due cose non coincidono necessariamente.
Una politica necessaria può essere impopolare. Una politica popolare può essere economicamente insostenibile. Una riforma può produrre costi immediati e benefici soltanto dieci anni dopo, quando chi l’ha approvata probabilmente non sarà più al governo.
Le democrazie contemporanee soffrono precisamente di questa asimmetria: elezioni ogni pochi anni, problemi che richiedono decenni.
UNA SCUOLA PER POLITICI?
Dovremmo allora istituire una scuola obbligatoria per chi vuole candidarsi?
No.
Sarebbe incompatibile con il principio fondamentale secondo cui qualsiasi cittadino, nei limiti previsti dalla legge, deve poter concorrere alla rappresentanza politica.
Ma sarebbe perfettamente ragionevole pretendere che partiti e istituzioni tornassero a essere luoghi di formazione.
Per gran parte del Novecento i grandi partiti europei possedevano strutture formative, organizzazioni territoriali, centri studi, riviste e scuole politiche. Quell’universo aveva molti difetti, ma svolgeva anche una funzione: preparava progressivamente le classi dirigenti.
La crisi dei partiti tradizionali non ha eliminato la necessità della formazione.
Ha spesso eliminato la formazione.
Il risultato può essere una selezione basata soprattutto sulla capacità comunicativa, sulla visibilità mediatica, sulla fedeltà organizzativa o sulla popolarità digitale.
Ma vincere un dibattito televisivo e governare un sistema complesso sono due competenze profondamente differenti.
IL CURRICULUM DEL POLITICO DEL XXI SECOLO
Se dovessimo quindi immaginare un percorso ideale, potremmo pensare a tre fasi.
Una formazione culturale, nella quale diritto, economia, storia, statistica, scienza e relazioni internazionali forniscano gli strumenti necessari per interpretare i problemi.
Una formazione pratica, costruita attraverso amministrazioni locali, associazioni, imprese, professioni, volontariato, sindacati, università o altre esperienze nelle quali sia necessario confrontarsi con persone reali, risorse limitate e conseguenze concrete.
Infine una formazione etica, probabilmente la più difficile da organizzare, perché non può ridursi a un corso.
Significa comprendere la distinzione tra interesse personale, interesse del proprio partito e interesse dell’istituzione che temporaneamente si rappresenta.
COMPETENZA SENZA TECNOCRAZIA
Esiste però anche il rischio opposto.
Pretendere politici competenti non significa auspicare che gli esperti sostituiscano la democrazia.
Un economista può calcolare gli effetti distributivi di una tassa. Non può decidere scientificamente quale distribuzione del reddito sia «giusta».
Un epidemiologo può stimare gli effetti sanitari di una misura. Non può stabilire da solo quale limitazione delle libertà sia politicamente accettabile.
Un ingegnere può individuare il percorso tecnicamente più efficiente di un’infrastruttura. Non può determinare quale trasformazione del territorio una comunità debba desiderare.
La tecnica risponde soprattutto alla domanda «come?». La politica deve continuare a rispondere anche alle domande «perché?» e «per chi?».
È proprio per questo che abbiamo bisogno di politici competenti e non semplicemente di tecnici al governo.
FORSE LA DOMANDA ERA SBAGLIATA
Torniamo allora alla domanda iniziale.
Può la politica diventare un mestiere?
Forse dovrebbe diventarlo, se con mestiere intendiamo una disciplina che richiede studio, esperienza, aggiornamento, capacità e responsabilità.
Non dovrebbe mai diventarlo, se con mestiere intendiamo un posto da occupare il più a lungo possibile, una carriera autoreferenziale o una fonte di reddito dalla quale diventa impossibile separarsi.
Il buon politico dovrebbe possedere contemporaneamente due caratteristiche apparentemente contraddittorie.
Dovrebbe essere abbastanza professionale da sapere governare.
E abbastanza libero dalla propria professione da poter smettere di governare.
Ma manca ancora qualcosa.
Possiamo costruire il curriculum ideale, insegnare economia, diritto, statistica e storia, organizzare scuole di amministrazione e selezionare candidati estremamente preparati.
Nessuna di queste cose garantisce che avremo un buon politico.
Perché alla fine rimane una competenza che nessuna università può certificare completamente: la capacità di utilizzare il potere senza dimenticare che quel potere appartiene temporaneamente a qualcun altro.
Quel qualcun altro si chiama cittadino.
E forse la vera professionalità della politica comincia proprio quando chi governa riesce a ricordarsene anche il giorno dopo essere stato eletto.

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