martedì 3 febbraio 2026

Corso di politica internazionale: 2 I muri della vergogna


https://youtu.be/TBo9fH68EaM

Il mondo dei muri.
Geopolitica della separazione nell’era della globalizzazione

Nel lessico politico del XXI secolo, il muro è tornato a essere una parola chiave. Laddove la fine della Guerra fredda aveva illuso il mondo occidentale circa l’avvento di una globalizzazione senza confini, la realtà geopolitica contemporanea racconta una storia opposta: mai come oggi gli Stati hanno costruito barriere fisiche, tecnologiche e simboliche per separarsi gli uni dagli altri. I muri non sono residui del passato, ma dispositivi pienamente moderni, strumenti di governo della paura, del conflitto e della diseguaglianza globale.

Il muro come tecnologia del potere

Ogni muro nasce da una giustificazione ufficiale — sicurezza, terrorismo, controllo dei flussi migratori, difesa sanitaria o territoriale — ma svolge una funzione più profonda: rendere visibile un rapporto di forza. Il muro non risolve il conflitto, lo congela. Non elimina le cause della migrazione, della violenza o dell’instabilità, ma ne gestisce gli effetti, spesso spostandoli altrove.

In questo senso, i muri sono strumenti di governo dell’asimmetria: tra Nord e Sud del mondo, tra ricchi e poveri, tra Stati stabili e regioni fragili, tra identità nazionali percepite come “pure” e popolazioni considerate estranee o minacciose.

Europa: muri interni a una promessa di unità

L’Europa, che si è narrata come spazio post-nazionale e pacificato, è attraversata da fratture profonde. Il muro nordirlandese, sorto nel 1969 e ancora oggi in larga parte esistente, dimostra come la separazione fisica possa diventare una normalità permanente, anche dopo gli accordi di pace. Non divide soltanto territori, ma memorie, identità religiose e appartenenze politiche.

A Cipro, la “linea verde” imposta dalle Nazioni Unite dal 1974 rappresenta uno dei fallimenti più duraturi della diplomazia internazionale: un’isola spaccata in due, con Nicosia unica capitale europea ancora divisa, simbolo di una sovranità incompiuta e di una pace mai realmente costruita.

Le barriere tra Grecia e Turchia, così come quelle erette a Ceuta e Melilla, segnano invece il confine esterno dell’Europa-fortezza. Qui il muro diventa strumento di esternalizzazione del controllo migratorio, una delega implicita ai paesi limitrofi del compito di contenere le conseguenze delle diseguaglianze globali prodotte anche dall’Occidente stesso.

Africa: muri post-coloniali e conflitti irrisolti

Il muro tra Marocco e Sahara Occidentale è una delle strutture militari più lunghe al mondo, ma anche una delle meno discusse. Esso materializza una questione coloniale mai risolta, in cui il diritto all’autodeterminazione viene subordinato alla stabilità geopolitica e agli interessi strategici.

Analogamente, il confine fortificato tra Zimbabwe e Botswana rivela l’ambiguità delle giustificazioni ufficiali: dietro il linguaggio sanitario e agricolo si nasconde la gestione selettiva della mobilità umana, in un continente dove i confini tracciati dal colonialismo continuano a produrre instabilità strutturale.

Americhe: il muro come spettacolo politico

Il muro tra Stati Uniti e Messico è forse il più emblematico. Più che una semplice infrastruttura di confine, esso è diventato un dispositivo simbolico, centrale nel discorso politico interno statunitense. I dati sulle morti e sugli arresti dimostrano che la barriera non ferma la migrazione, ma la rende più pericolosa, spingendo i flussi verso rotte desertiche e aumentando il costo umano dell’attraversamento.

Qui il muro funziona come strumento narrativo, capace di trasformare un fenomeno socio-economico complesso in una questione di ordine pubblico, semplificando il dibattito e alimentando consenso attraverso la paura.

Medio Oriente: muri di sicurezza e guerre permanenti

In Medio Oriente, i muri sono parte integrante di conflitti armati e rivalità regionali. Le barriere tra Israele e Palestina, tra Arabia Saudita e Yemen, tra Israele ed Egitto o tra Kuwait e Iraq rispondono a logiche di sicurezza immediata, ma producono effetti di lungo periodo devastanti: frammentazione territoriale, radicalizzazione, impoverimento e perdita di fiducia in qualsiasi soluzione politica negoziata.

Il muro israelo-palestinese, in particolare, è diventato il simbolo globale della separazione come forma di governo, in cui la sicurezza di uno Stato si fonda sulla compressione sistematica della libertà di un altro popolo.

Asia: confini coloniali, nazionalismi e sorveglianza

In Asia meridionale e orientale, i muri seguono spesso confini ereditati dall’epoca coloniale. La linea Durand tra Pakistan e Afghanistan, le barriere tra India e Pakistan in Kashmir, e il lunghissimo muro tra India e Bangladesh mostrano come le ferite della decolonizzazione siano state trasformate in architetture permanenti di controllo.

Qui il muro è affiancato da tecnologie di sorveglianza avanzate, trasformandosi in una infrastruttura ibrida, fisica e digitale, che anticipa il futuro del controllo territoriale globale.

Il fallimento della governance globale

La proliferazione dei muri pone una questione cruciale: l’incapacità delle istituzioni internazionali, a partire dall’ONU, di prevenire e risolvere i conflitti strutturali. I muri prosperano dove il diritto internazionale arretra, dove la diplomazia è sostituita dalla deterrenza e dove la sicurezza è intesa esclusivamente in termini militari.

Ogni nuovo muro rappresenta, in fondo, una sconfitta della politica: il riconoscimento implicito che il dialogo, la cooperazione e la giustizia globale sono stati abbandonati in favore della separazione e dell’isolamento.

Conclusione: un mondo frammentato

Il mondo dei muri non è un mondo più sicuro, ma un mondo più fragile. Le barriere non eliminano le cause della migrazione, del terrorismo o della guerra; le rinviano, le concentrano, le radicalizzano. In un pianeta interdipendente, segnato da crisi climatiche, economiche e demografiche, costruire muri significa rifiutare la complessità invece di governarla.

I muri raccontano la nostra epoca meglio di qualsiasi trattato: un’epoca che ha smarrito la fiducia nel futuro comune e ha scelto la difesa dell’immediato. Finché continueremo a erigere barriere, continueremo anche a moltiplicare le fratture che pretendiamo di contenere.

Corso di politica internazionale: 1 Il terrorismo jihadista

 

https://youtu.be/_3txXMBELwI


Geografia del Terrore Islamista:
Anatomia Critica dei Principali Gruppi Jihadisti nel Contesto Contemporaneo

 Introduzione: Oltre la Retorica della "Guerra al Terrore"

A distanza di oltre due decenni dall'11 settembre 2001, il fenomeno del terrorismo di matrice islamista continua a rappresentare una delle sfide più complesse e sfaccettate per la sicurezza internazionale. Tuttavia, una comprensione critica di questo fenomeno richiede di superare le semplificazioni mediatiche e le narrazioni binarie che hanno dominato il discorso pubblico. I gruppi terroristici islamisti non sono monoliti ideologici né entità statiche: sono organismi mutevoli, profondamente radicati in contesti geopolitici specifici, alimentati da grievances storiche, economiche e politiche che precedono e travalicano la dimensione puramente religiosa.

Questo saggio si propone di analizzare criticamente i principali attori del terrorismo islamista contemporaneo, esaminandone genealogie, trasformazioni, strategie e impatti, mantenendo uno sguardo attento alle evoluzioni più recenti e alle dinamiche che li hanno portati a ridefinire continuamente tattiche e obiettivi.

 1. Al-Qaeda: Dalla Centralità all'Eclissi (e Ritorno?)

 Genesi e Ideologia

Fondato nel 1988 da Osama bin Laden, Ayman al-Zawahiri e Abdullah Azzam nel contesto della jihad antisovietica in Afghanistan, al-Qaeda rappresenta l'archetipo del terrorismo jihadista transnazionale. La sua ideologia si fonda su una particolare interpretazione del takfirismo salafita, che identifica negli Stati Uniti e nei regimi "apostati" del mondo musulmano i nemici prioritari dell'Islam.

 L'11 Settembre e l'Apogeo Strategico

Gli attentati dell'11 settembre 2001 hanno rappresentato non solo il culmine della capacità operativa di al-Qaeda, ma anche l'inizio del suo declino organizzativo. La risposta americana – l'invasione dell'Afghanistan, lo smantellamento dei campi di addestramento, l'eliminazione progressiva della leadership – ha frammentato la struttura verticale dell'organizzazione, costringendola a un modello franchising-based.

 Il Modello del "Franchising Jihadista"

Dal 2003 in poi, al-Qaeda ha progressivamente delegato le operazioni a filiali regionali: al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP), al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM), al-Qaeda nel Subcontinente Indiano (AQIS). Questo decentramento ha garantito resilienza, ma ha anche eroso la coerenza strategica e il controllo centrale. La morte di bin Laden nel 2011 e quella di al-Zawahiri nel 2022 hanno ulteriormente indebolito la leadership simbolica del gruppo.

 Al-Qaeda Oggi: Eclissata ma Non Estinta

L'ascesa dello Stato Islamico (2014-2019) ha marginalizzato al-Qaeda nel panorama jihadista globale. Tuttavia, sarebbe prematuro dichiararne l'estinzione. In Afghanistan, la vittoria talebana del 2021 ha offerto nuovi spazi operativi; nello Yemen, AQAP mantiene capacità operative significative; nel Sahel, i gruppi affiliati rappresentano una minaccia crescente. La strategia di al-Qaeda appare oggi incentrata sulla "guerra di logoramento" e sull'attesa paziente, in contrasto con l'approccio territoriale dello Stato Islamico.

 2. Boko Haram: Insurrezione Locale con Ambizioni Regionali

 Radici del Conflitto Nigeriano

Boko Haram ("l'educazione occidentale è proibita" in lingua hausa) emerge nel 2002 come movimento di protesta socio-religiosa nel Nord-Est della Nigeria, una regione caratterizzata da marginalizzazione economica, corruzione endemica e tensioni interreligiose. Il fondatore Mohammed Yusuf inizialmente perseguiva una strategia predicatoria, ma la repressione violenta del 2009 – che causò la morte di Yusuf – radicalizzò il movimento.

 La Trasformazione sotto Abubakar Shekau

Sotto la leadership di Abubakar Shekau (2009-2021), Boko Haram si è trasformato in un'organizzazione terroristica brutale, responsabile di decine di migliaia di morti e di milioni di sfollati. Il rapimento di 276 studentesse a Chibok nel 2014 ha attirato l'attenzione internazionale, ma rappresenta solo uno dei tanti crimini contro l'umanità perpetrati dal gruppo.

 Frammentazione e Affiliazione all'ISIS

Nel 2015, Shekau ha giurato fedeltà allo Stato Islamico, rinominando il gruppo Islamic State West Africa Province (ISWAP). Tuttavia, le divergenze strategiche – particolarmente riguardo all'uso indiscriminato della violenza contro i musulmani – hanno causato una scissione nel 2016. Da allora coesistono due fazioni: la "Jamā'at Ahl as-Sunnah lid-Da'wah wa'l-Jihād" fedele a Shekau (fino alla sua morte nel 2021) e l'ISWAP, più pragmatica e governativamente orientata.

 Dimensione Transnazionale: La Crisi del Lago Ciad

Il conflitto si è progressivamente regionalizzato, coinvolgendo Camerun, Niger e Ciad. La regione del Lago Ciad è diventata epicentro di una crisi umanitaria devastante, aggravata dai cambiamenti climatici, dalla competizione per risorse idriche sempre più scarse e dal collasso delle strutture statali.

 Prospettive Attuali

L'ISWAP ha dimostrato maggiore capacità di governance e controllo territoriale rispetto al gruppo originario di Shekau. Tassa le popolazioni locali, amministra una rudimentale giustizia islamica e sfrutta economie illegali (pesca, agricoltura, estorsioni). La risposta militare della Multi-National Joint Task Force ha ottenuto successi tattici, ma non ha affrontato le cause strutturali dell'insurrezione: povertà, marginalizzazione, mancanza di opportunità per i giovani, crisi di legittimità dello Stato nigeriano.

 3. Hamas: Tra Resistenza Nazionale e Terrorismo

 Genesi nel Contesto Palestinese

Hamas (acronimo di Ḥarakat al-Muqāwamah al-ʾIslāmiyyah, "Movimento di Resistenza Islamica") nasce nel 1987 come emanazione dei Fratelli Musulmani palestinesi durante la Prima Intifada. La sua fondazione rappresenta la risposta islamista al nazionalismo secolare dell'OLP, offrendo un'alternativa religiosa al progetto politico di Yasser Arafat.

 Dualità Strutturale: Movimento Sociale e Braccio Armato

Hamas si caratterizza per una struttura duale: da un lato, fornisce servizi sociali, educativi e sanitari alla popolazione di Gaza (la cosiddetta da'wa); dall'altro, mantiene un apparato militare sofisticato (le Brigate Ezzedin al-Qassam) responsabile di attacchi contro obiettivi israeliani.

 La Vittoria Elettorale del 2006 e il Controllo di Gaza

La vittoria elettorale di Hamas nel 2006 alle elezioni legislative palestinesi ha rappresentato un punto di svolta. Il rifiuto internazionale di riconoscere il governo Hamas, la scissione violenta con Fatah nel 2007 e il conseguente controllo esclusivo di Gaza hanno trasformato il movimento in un'entità para-statale, soggetta a un blocco economico israeliano-egiziano devastante.

 Strategia della "Resistenza Armata"

Hamas considera legittima la "resistenza armata" contro l'occupazione israeliana, posizione che include sia operazioni contro obiettivi militari sia attacchi contro civili, classificati come terrorismo dalla maggior parte della comunità internazionale. Le guerre cicliche con Israele (2008-09, 2012, 2014, 2021, 2023-24) hanno causato devastazione a Gaza, con un bilancio di vittime civili palestinesi sempre più elevato.

 L'Attacco del 7 Ottobre 2023: Un Punto di Svolta

L'assalto coordinato di Hamas contro il territorio israeliano il 7 ottobre 2023, che ha causato circa 1.200 morti (prevalentemente civili) e oltre 200 ostaggi, rappresenta l'operazione più letale contro Israele dalla sua fondazione. La risposta militare israeliana su Gaza – con oltre 45.000 morti palestinesi secondo il Ministero della Salute di Gaza (dato contestato da alcune fonti) – ha riaperto il dibattito internazionale sulla proporzionalità, sui crimini di guerra e sulla soluzione del conflitto israelo-palestinese.

 Hamas Oggi: Tra Isolamento e Resilienza

Hamas mantiene il controllo su Gaza nonostante la devastazione, ma affronta sfide esistenziali: isolamento diplomatico, pressioni dall'Egitto e dai paesi del Golfo, tensioni interne tra linea politica e militare. La questione fondamentale rimane: Hamas è riformabile in un attore politico non-violento, o la sua identità è inscindibile dalla lotta armata?

 4. Hezbollah: Il "Partito di Dio" tra Libano, Siria e Iran

 Nascita nel Contesto della Guerra Civile Libanese

Hezbollah emerge nel 1985 nel contesto della guerra civile libanese e dell'invasione israeliana del 1982, come espressione della comunità sciita libanese (storicamente marginalizzata) e come proxy iraniano. La Rivoluzione Islamica iraniana del 1979 aveva generato un nuovo modello di attivismo sciita transnazionale, e Hezbollah ne divenne l'incarnazione più efficace.

 Evoluzione da Milizia a Stato nello Stato

Hezbollah ha progressivamente costruito un vero e proprio "stato parallelo" in Libano: fornisce servizi sociali, gestisce ospedali, scuole, infrastrutture; mantiene un apparato militare più potente dell'esercito regolare libanese; dispone di rappresentanza parlamentare e ministeriale. Questa multidimensionalità rende Hezbollah un fenomeno unico: simultaneamente partito politico, organizzazione caritativa, forza militare e gruppo terrorista (secondo le classificazioni occidentali).

 L'Arsenale Missilistico e la Minaccia a Israele

Hezbollah possiede un arsenale stimato in oltre 150.000 razzi e missili, forniti principalmente dall'Iran tramite la Siria. Questa capacità rappresenta una deterrenza significativa nei confronti di Israele, ma ha anche trascinato il Libano in conflitti non voluti dalla popolazione (guerra del 2006, tensioni periodiche).

 Coinvolgimento nella Guerra Civile Siriana

Dal 2013, Hezbollah è intervenuto massicciamente in Siria a sostegno del regime di Bashar al-Assad, giustificando l'intervento come difesa dei santuari sciiti e lotta contro l'estremismo sunnita. Questo coinvolgimento ha causato migliaia di morti tra i miliziani di Hezbollah e ha aggravato le tensioni settarie in Libano.

 Il Ruolo nell'Asse della Resistenza

Hezbollah è il pilastro centrale dell'"Asse della Resistenza" iraniano, che include il regime siriano, milizie irachene, gli Houthi yemeniti e Hamas (con relazioni più complesse). Questa rete rappresenta lo strumento principale della proiezione di potenza iraniana nel Medio Oriente.

 Crisi Libanese e Futuro di Hezbollah

Il Libano attraversa una crisi economica, politica e sociale senza precedenti dal 2019. Hezbollah è sempre più percepito da ampi settori della popolazione libanese (inclusi sciiti) come complice del collasso statale. Le sanzioni americane, la pressione regionale e le sfide interne potrebbero forzare una trasformazione del ruolo di Hezbollah, anche se la sua integrazione strutturale nella società libanese rende improbabile una dissoluzione rapida.

 Hezbollah Post-7 Ottobre 2023

Il gruppo ha aperto un "fronte di supporto" a Hamas dopo il 7 ottobre, lanciando attacchi contro il Nord di Israele e causando evacuazioni di decine di migliaia di israeliani. Tuttavia, Hezbollah ha evitato un'escalation totale, temendo una guerra devastante. Questa cautela rivela la tensione tra retorica rivoluzionaria e calcolo strategico, tra solidarietà ideologica e interesse nazionale libanese.

 5. I Talebani: Dal Regime all'Insurrezione e Ritorno al Potere

 Genesi nel Caos Post-Sovietico Afghano

I Talebani ("studenti" in pashto) emergono nel 1994 nel Sud dell'Afghanistan, nel caos seguito al ritiro sovietico (1989) e alla guerra civile tra mujaheddin. Guidati dal Mullah Omar, promettevano ordine, sicurezza e applicazione della sharia in un paese devastato dalla violenza dei signori della guerra.

 Il Regime (1996-2001): Teocrazia e Iconoclastia

Il regime talebano (1996-2001) ha imposto una delle interpretazioni più rigide e letterali della legge islamica nella storia moderna: divieto di educazione femminile, segregazione di genere, distruzione di patrimonio culturale (i Buddha di Bamiyan), proibizione di musica, televisione, sport. L'ospitalità offerta ad al-Qaeda ha portato all'intervento americano post-11 settembre.

 L'Insurrezione (2001-2021): Resilienza e Adattamento

Cacciati dal potere, i Talebani hanno condotto un'insurrezione ventennale caratterizzata da resilienza, adattamento tattico e sfruttamento delle debolezze del governo afghano sostenuto dall'Occidente. La presenza di santuari in Pakistan, il sostegno di settori delle intelligence pakistane, la corruzione del governo Karzai-Ghani, e gli errori strategici della coalizione internazionale hanno garantito la sopravvivenza e la crescita del movimento.

 Il Ritorno al Potere (Agosto 2021)

Il ritiro caotico delle forze americane nell'agosto 2021 ha permesso ai Talebani di riconquistare Kabul senza combattimenti significativi. La rapidità del collasso del governo afghano ha sorpreso gli stessi Talebani e ha sollevato interrogativi sulla reale natura del nation-building occidentale.

 I Talebani 2.0: Cambiamento o Continuità?

I Talebani hanno promesso un governo più "inclusivo" e "moderato" rispetto agli anni '90, ma la realtà è più complessa:

Continuità repressive:

- Divieto dell'educazione femminile oltre la sesta elementare

- Restrizioni alla libertà di movimento e lavoro femminile

- Repressione del dissenso e dei media indipendenti

- Applicazione di punizioni corporali e capitale pubbliche

Elementi di pragmatismo:

- Ricerca di riconoscimento internazionale (fallita)

- Sforzi per controllare la produzione di oppio (con risultati ambigui)

- Gestione burocratica dello stato

- Relazioni pragmatiche con Cina, Russia, Pakistan

 Al-Qaeda in Afghanistan: Il Legame Persistente

Nonostante le promesse di non ospitare gruppi terroristi, al-Qaeda mantiene presenza in Afghanistan. La morte di al-Zawahiri a Kabul nel 2022 ha rivelato la persistenza di legami profondi. Questo tradimento degli Accordi di Doha complica ulteriormente la posizione internazionale dei Talebani.

 Crisi Umanitaria e Sfide di Governance

L'Afghanistan vive una delle peggiori crisi umanitarie al mondo: metà della popolazione (oltre 20 milioni di persone) affronta insicurezza alimentare acuta; il sistema sanitario è al collasso; l'economia è in caduta libera. I Talebani mancano di capacità tecnica, risorse finanziarie e riconoscimento internazionale per affrontare queste sfide.

 6. Al-Shabaab: Jihad nel Corno d'Africa

 Radici nell'Islamismo Somalo

Al-Shabaab ("La Gioventù" in arabo) emerge nel 2006 come ala militare delle Corti Islamiche somale, sconfitte dall'intervento militare etiope (sostenuto dagli USA). Il gruppo si è progressivamente radicalizzato, affiliandosi ad al-Qaeda nel 2012.

 Strategia di Insurrezione e Controllo Territoriale

Al-Shabaab ha dimostrato notevole resilienza nonostante le offensive della missione dell'Unione Africana (AMISOM, poi ATMIS) e delle forze governative somale. Il gruppo controlla vaste aree rurali, amministra una forma rudimentale di giustizia islamica, e tassa le popolazioni e le attività economiche (inclusi i porti di Mogadiscio attraverso estorsioni).

 Tattica del Terrore Urbano

Al-Shabaab è noto per attacchi spettacolari contro obiettivi simbolici: il centro commerciale Westgate di Nairobi (2013, 67 morti), l'università di Garissa in Kenya (2015, 148 morti), il complesso alberghiero DusitD2 di Nairobi (2019, 21 morti). Questi attacchi mirano a dimostrare capacità operative, punire i paesi che sostengono il governo somalo, e attrarre attenzione mediatica.

 Economia del Terrore

Al-Shabaab ha sviluppato un sofisticato sistema di finanziamento: tasse illegali sul commercio (incluso il carbone e lo zucchero), controllo di porti informali, estorsioni verso imprese e individui a Mogadiscio. Si stima che il gruppo raccolga decine di milioni di dollari annualmente.

 Divisioni Interne e Pressione Militare

Il gruppo ha affrontato divisioni interne tra fazioni più "internazionaliste" (legate ad al-Qaeda) e "nazionaliste" (focalizzate sulla Somalia). L'intensificazione delle operazioni militari del governo somalo e degli Stati Uniti dal 2022 – sotto la presidenza di Hassan Sheikh Mohamud – ha inflitto perdite significative, ma non ha spezzato la capacità operativa di al-Shabaab.

 Al-Shabaab nel Contesto Regionale

L'instabilità somala ha ripercussioni regionali: il Kenya affronta una minaccia terroristica diretta; l'Etiopia è coinvolta militarmente; l'Eritrea manipola le fazioni somale; il Golfo Persico (particolarmente Emirati Arabi e Qatar) compete per influenza. La questione somala rimane irrisolta dopo oltre tre decenni di guerra civile.

 7. Lo Stato Islamico (ISIS/Daesh): L'Ascesa e il Declino del "Califfato"

 Dalla Frammentazione di al-Qaeda all'Emergere di ISIS

Sebbene non menzionato esplicitamente nel testo originale, sarebbe impossibile discutere il terrorismo islamista contemporaneo senza affrontare lo Stato Islamico. ISIS emerge nel caos della guerra civile irachena post-2003, inizialmente come al-Qaeda in Iraq (AQI) sotto Abu Musab al-Zarqawi. Le divisioni con la leadership centrale di al-Qaeda – dovute all'estrema brutalità di Zarqawi e alla sua strategia di guerra settaria anti-sciita – hanno posto le basi per la futura scissione.

 La Proclamazione del Califfato (2014)

Nel giugno 2014, Abu Bakr al-Baghdadi proclama il "Califfato" dopo la conquista di Mosul e di vasti territori tra Iraq e Siria. Questa dichiarazione rappresenta una sfida ideologica diretta ad al-Qaeda: mentre quest'ultima perseguiva una strategia graduale di logoramento, ISIS rivendicava l'immediata restaurazione dell'autorità politico-religiosa islamica.

 Il Modello Proto-Statale

ISIS si è distinto per l'ambizione di costruire uno stato funzionante: amministrazione civile, sistema giudiziario (basato su interpretazione estrema della sharia), tassazione, servizi pubblici, persino una valuta. Questa dimensione statuale, combinata con brutalità senza precedenti (esecuzioni di massa, schiavitù sessuale, distruzione di patrimonio culturale), ha generato un'attrazione fatale per migliaia di foreign fighters.

 Il Declino Territoriale (2015-2019)

La coalizione internazionale guidata dagli USA, le forze curde (SDF), l'esercito iracheno e (indirettamente) Russia e Iran hanno progressivamente eroso il territorio del Califfato. La caduta di Mosul (2017) e di Baghuz (2019) ha segnato la fine dell'entità territoriale ISIS. Tuttavia, il gruppo è sopravvissuto come insurrezione, particolarmente nelle zone desertiche tra Iraq e Siria.

 ISIS Oggi: Network Globale di Franchise

ISIS ha generato un network di "province" (wilayat) in tutto il mondo: ISIS-Khorasan (Afghanistan-Pakistan), ISIS-West Africa (la già menzionata scissione da Boko Haram), ISIS-Sinai (Egitto), ISIS-Libia, ISIS-Yemen, ISIS-Sahel, ISIS-Mozambico (Cabo Delgado). Queste entità variano significativamente in capacità, con alcune che rappresentano minacce locali significative (ISIS-K ha condotto attacchi devastanti, incluso quello all'aeroporto di Kabul nell'agosto 2021 che uccise 13 militari americani e oltre 170 afghani).

 Propaganda Digitale e Lupi Solitari

Anche dopo il collasso territoriale, ISIS mantiene sofisticata macchina propagandistica online, capace di ispirare "lupi solitari" in Occidente. Gli attacchi a Parigi (2015), Bruxelles (2016), Nizza (2016), Manchester (2017) testimoniano questa capacità di proiezione violenta oltre i confini territoriali.

 8. Altri Attori: Il Panorama Frammentato del Jihad Globale

 Jabhat al-Nusra / Hayat Tahrir al-Sham (Siria)

Inizialmente branca siriana di al-Qaeda, Jabhat al-Nusra si è progressivamente distanziata dalla casa madre, rinominandosi Hayat Tahrir al-Sham (HTS). HTS controlla la provincia di Idlib in Siria e ha tentato di presentarsi come governance alternativa, più "moderata". Tuttavia, la sua ideologia jihadista di fondo rimane inalterata.

 Gruppi Jihadisti nel Sahel

Il Sahel africano è diventato epicentro di una crescente insurrezione jihadista: Jama'at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM, affiliato ad al-Qaeda), Islamic State in the Greater Sahara (ISGS), e altri gruppi sfruttano i vuoti di governance, le tensioni etniche, i cambiamenti climatici e la povertà endemica per espandersi in Mali, Burkina Faso, Niger, Chad.

 Houthi (Yemen)

Gli Houthi, movimento sciita zaydita yemenita, hanno conquistato la capitale Sanaa nel 2014, scatenando un conflitto devastante con la coalizione guidata dall'Arabia Saudita. Sostenuti dall'Iran, gli Houthi hanno sviluppato capacità missilistiche e di droni sofisticate, minacciando il traffico marittimo nel Mar Rosso e attaccando infrastrutture saudite. Il loro slogan ("Morte all'America, morte a Israele, maledizione agli ebrei") e la designazione come gruppo terrorista da parte degli USA li inseriscono in questa analisi, sebbene la loro natura sia più complessa e radicata in grievances locali yemenite.

 Milizie Sciite Irachene

Kataib Hezbollah, Asaib Ahl al-Haq e altre milizie sciite irachene, formalmente integrate nelle Forze di Mobilizzazione Popolare (PMF/Hashd al-Shaabi), operano come proxy iraniani. Hanno condotto attacchi contro le forze americane in Iraq e rappresentano una sfida alla sovranità dello stato iracheno, essendo leali a Teheran piuttosto che a Baghdad.

 9. Analisi Trasversale: Patterns, Dinamiche e Prospettive

 Fattori Strutturali del Terrorismo Islamista

Sarebbe riduttivo e intellettualmente disonesto attribuire il terrorismo islamista esclusivamente a fattori religiosi o ideologici. L'analisi comparativa rivela patterns ricorrenti:

1. Marginalizzazione Politica ed Economica: Quasi tutti i gruppi emergono in contesti di esclusione sistematica di specifiche comunità (sciiti in Libano, sunniti in Iraq post-2003, nord-est nigeriano, somali, palestinesi).

2. Fallimento o Assenza dello Stato: Il terrorismo prospera dove lo stato è assente, corrotto, oppressivo o collassato (Somalia, Afghanistan, Siria, Iraq, Sahel, zone tribali pakistane).

3. Traumi Storici e Percezione di Ingiustizia: Invasioni straniere (Iraq, Afghanistan), occupazione (Palestina), interventi esterni percepiti come neo-coloniali alimentano narrative di vittimizzazione e resistenza.

4. Crisi di Identità e Modernizzazione: La dislocazione sociale causata da modernizzazione rapida, urbanizzazione, esposizione a valori globali genera crisi identitarie che ideologie totalizzanti come l'islamismo radicale promettono di risolvere.

5. Fattori Demografici: La "youth bulge" (rigonfiamento giovanile) in paesi con alti tassi di disoccupazione giovanile fornisce un serbatoio di reclutamento.

 Evoluzioni Tattiche e Strategiche

Territorializzazione vs. Insurgenza: ISIS ha tentato la via della statualità territoriale, fallendo ma lasciando un modello. Al-Qaeda ha mantenuto una strategia di guerra di logoramento. Oggi la tendenza è verso forme ibride.

Uso Sofisticato dei Media: Dalla VHS anni '80 ai social media contemporanei, i gruppi jihadisti hanno dimostrato notevole capacità di adattamento tecnologico. ISIS ha rappresentato il culmine di questa evoluzione con produzioni video hollywoodiane e strategie virali.

Internazionalizzazione vs. Localizzazione: Tensione costante tra agenda globale (al-Qaeda, ISIS) e grievances locali (Boko Haram, al-Shabaab). Spesso l'affiliazione internazionale serve a ottenere risorse e legittimità, ma la base del sostegno rimane locale.

 Il Ruolo delle Potenze Regionali

Iran: Sostiene Hezbollah, milizie sciite irachene, Houthi, e (con relazioni più complesse) Hamas. L'"Asse della Resistenza" è strumento di proiezione di potenza.

Arabia Saudita ed Emirati: Hanno storicamente finanziato movimenti salafiti, alcuni dei quali sono mutati in gruppi jihadisti. Oggi combattono alcuni di questi gruppi (Yemen, Libia) mentre ne sostengono altri indirettamente.

Pakistan: L'ISI (intelligence pakistana) ha utilizzato i Talebani e gruppi jihadisti anti-indiani (Lashkar-e-Taiba, Jaish-e-Mohammed) come strumenti di politica estera.

Turchia: Ha sostenuto fazioni dell'opposizione siriana, alcune delle quali islamiste, come contrappeso ai curdi e al regime di Assad.

Qatar: Ha finanziato Hamas e Fratelli Musulmani, posizionandosi come mediatore ma attirando critiche per sostegno all'estremismo.

 Contro-terrorismo: Successi, Fallimenti, Dilemmi

Successi Tattici, Fallimenti Strategici: L'Occidente e i suoi alleati hanno ottenuto innumerevoli successi tattici (uccisioni di leader, liberazione di territori, disruzione di complotti), ma non hanno risolto le cause profonde del fenomeno.

Il Paradosso dell'Intervento Militare: Gli interventi in Afghanistan, Iraq, Libia, Yemen, Somalia hanno spesso aggravato l'instabilità che intendevano risolvere, generando nuovi spazi per il jihadismo.

Approcci "Kinetic" vs. "Non-Kinetic": La tendenza a privilegiare soluzioni militari (droni, raid, operazioni speciali) rispetto a investimenti in governance, sviluppo economico, riconciliazione politica ha mostrato limiti evidenti.

Diritti Umani e Stato di Diritto: La "guerra al terrore" ha giustificato torture (Abu Ghraib, Guantanamo), detenzioni indefinite, sorveglianza di massa, erosione di libertà civili. Questi eccessi hanno minato la legittimità morale occidentale e alimentato le narrative jihadiste.

 Prospettive Future: Scenari Possibili

Scenario 1 - Persistenza e Mutazione: Il terrorismo islamista continua a mutare, adattarsi, rigenerarsi in nuovi contesti. L'instabilità strutturale in Medio Oriente, Africa, Asia meridionale garantisce terreno fertile.

Scenario 2 - Declino Generazionale: Le giovani generazioni nei paesi musulmani mostrano tendenze più secolarizzate, pragmatiche. Il fallimento dei progetti jihadisti (ISIS, Talebani 2.0) potrebbe delegittimare l'ideologia.

Scenario 3 - Normalizzazione Politica: Alcuni movimenti (Talebani, forse parti di Hamas o Hezbollah) potrebbero gradualmente "normalizzarsi" in attori politici convenzionali, rinunciando al terrorismo. Precedenti storici esistono (IRA, FARC, OLP parzialmente).

Scenario 4 - Nuovo Ciclo di Violenza: Shock sistemici (crollo di stati, nuovi interventi occidentali, guerra regionale tra Iran e alleati vs. Israele e Arabia Saudita) potrebbero generare una nuova ondata di radicalizzazione.

 Conclusione: Oltre il Manicheismo

L'analisi dei principali gruppi terroristici islamisti rivela una realtà infinitamente più complessa delle narrazioni binarie "bene vs. male", "civiltà vs. barbarie", "Occidente vs. Islam" che hanno dominato il discorso post-11 settembre.

Questi gruppi sono simultaneamente:

- Prodotti e produttori di violenza: Emergono da contesti violenti ma perpetuano e amplificano quella violenza.

- Attori locali e globali: Radicati in grievances specifiche ma connessi a reti transnazionali.

- Religiosi e politici: Utilizzano linguaggio e simboli religiosi per obiettivi che sono spesso profondamente politici.

- Vittime e carnefici: Le popolazioni che sostengono questi gruppi sono spesso le prime vittime delle loro politiche.

Una risposta efficace richiede:

1. Affrontare le cause profonde: Governance inclusiva, sviluppo economico equo, giustizia sociale, risoluzione di conflitti storici (Palestina).

2. Sostenere alternative moderate: Investire in educazione, società civile, voci religiose non-violente all'interno delle comunità musulmane.

3. Coerenza etica: L'Occidente e i suoi alleati devono applicare standard di diritti umani uniformemente, non selettivamente.

4. Disimpegno strategico: Ridurre l'impronta militare occidentale in contesti dove è controproducente, permettendo soluzioni regionali.

5. Pazienza strategica: Comprendere che non esistono soluzioni rapide a problemi radicati in decenni o secoli di storia.

Il terrorismo islamista non è un fenomeno monolitico da "sconfiggere" militarmente, ma un insieme di movimenti complessi da comprendere, contenere, e progressivamente privare delle condizioni che ne permettono la rigenerazione. Fino a quando persisteranno ingiustizia, oppressione, esclusione e disperazione, nuove generazioni troveranno in ideologie totalizzanti la promessa di senso, appartenenza e riscatto che le società convenzionali negano loro.

La sfida del XXI secolo non è solo fermare il terrorismo, ma costruire un ordine internazionale sufficientemente giusto, inclusivo e legittimo da renderlo obsoleto.



lunedì 2 febbraio 2026

Corso di Democrazia Diretta Digitale: 12 Linee guida per l’implementazione italiana della democrazia diretta digitale


12

Linee guida per l’implementazione italiana della democrazia diretta digitale

12.1 Premessa: perché proprio ora

La crisi della partecipazione politica in Italia è sotto gli occhi di tutti. Le astensioni elettorali, la sfiducia nelle istituzioni, l’opacità dei processi decisionali e la crescente distanza tra cittadini e rappresentanti richiedono una risposta sistemica. La digitalizzazione può trasformare la disaffezione in coinvolgimento, a condizione che sia garantita una struttura normativa, tecnica ed etica solida.

L’Italia dispone di una architettura costituzionale flessibile, in grado di accogliere strumenti di democrazia diretta già previsti (art. 75 Cost.), ma ancora sottoutilizzati o male implementati.


12.2 Integrazione nel sistema costituzionale italiano

A. Strumenti esistenti e limiti

  • Referendum abrogativo (art. 75): unico previsto con valore vincolante. Problema: quorum del 50% e tempistiche eccessive.

  • Proposte di legge d’iniziativa popolare (art. 71): solo 50.000 firme, ma nessun obbligo di discussione parlamentare.

  • Petizioni e istanze: senza valore vincolante.

B. Proposte di riforma

Per introdurre democrazia digitale diretta servono alcune modifiche costituzionali o leggi attuative:

  • Introduzione di referendum propositivi e deliberativi digitali;

  • Rimozione del quorum di partecipazione, sostituito da soglie dinamiche basate su partecipazione attiva e trasparenza;

  • Obbligo di discussione parlamentare per proposte digitali supportate da un numero definito di firme elettroniche certificate.


12.3 Requisiti tecnici e procedurali

A. Infrastruttura digitale

  • Piattaforma nazionale open source, gestita da un ente indipendente (come l’AGID o un nuovo "Garante della Partecipazione");

  • Integrazione con SPID, CIE, PEC per autenticazione sicura;

  • Sistemi di verifica crittografica dei voti e anonimato garantito.

B. Accessibilità e inclusività

  • Interfacce multilingue, leggibili e intuitive;

  • Accesso tramite smartphone, sportelli pubblici o centri civici;

  • Formazione civica e digitale a livello scolastico e comunale.

C. Procedure trasparenti

  • Fase 1: Raccolta firme elettroniche

    • Supporto automatico via SPID/CIE;

    • Dashboard pubblica che aggiorna in tempo reale il numero di firme.

  • Fase 2: Discussione pubblica online

    • Forum moderati, fact-checking istituzionale, contributi esperti.

  • Fase 3: Votazione vincolante

    • Calendario fissato per ogni proposta qualificata;

    • Pubblicazione immediata dei risultati con analisi demografiche.


12.4 Livelli di attuazione: locale, regionale, nazionale

A. Livello comunale

  • Introduzione obbligatoria di portali civici partecipativi, come già avviene a Bologna, Milano, Palermo.

  • Atti modificabili tramite voto cittadino: bilancio partecipativo, piani urbanistici, regolamenti locali.

B. Livello regionale

  • Referendum digitali regionali su leggi ordinarie o regolamenti, come avviene parzialmente in Lombardia e Toscana.

  • Integrazione nei portali regionali SPID-compliant già esistenti.

C. Livello nazionale

  • Estensione dell’attuale portale Parlamento.it per raccogliere e discutere proposte digitali d’iniziativa popolare;

  • Voto nazionale tramite piattaforma governativa, con copertura normata da una legge organica sulla partecipazione digitale.


12.5 Fasi operative dell’implementazione

Fase

Obiettivo

Durata stimata

1

Studio di fattibilità e pilot locali (Comuni e Regioni)

6-12 mesi

2

Costituzione di un Garante della Partecipazione Digitale

3 mesi

3

Creazione e testing della piattaforma nazionale

12-18 mesi

4

Approvazione legge quadro sulla partecipazione digitale

6 mesi

5

Avvio referendum digitali su scala regionale

12 mesi

6

Estensione a livello nazionale

6-12 mesi

Totale: ~4 anni per la piena operatività nazionale.


12.6 Criticità e ostacoli

A. Politici

  • Riluttanza della classe dirigente alla disintermediazione decisionale;

  • Rischi di strumentalizzazione populista se privi di contesto deliberativo.

B. Tecnici

  • Sicurezza informatica, cyberattacchi, manipolazioni;

  • Infrastruttura fragile in zone a bassa digitalizzazione.

C. Culturali

  • Basso livello di alfabetizzazione civico-digitale;

  • Diffidenza verso strumenti "telematici" nella generazione anziana.


12.7 Conclusione: una via italiana alla democrazia aumentata

L’Italia ha una tradizione civica ricca ma frammentata, e una diffusa cultura giuridica che può trasformarsi in forza propulsiva per la democrazia diretta digitale, se adeguatamente accompagnata da:

  • garanzie costituzionali rinnovate,

  • processi partecipativi graduali ma concreti,

  • investimenti tecnologici e formativi, mirati a includere e non escludere.

Come scriveva Stefano Rodotà nel saggio Tecnopolitica. La democrazia e le nuove tecnologie della comunicazione (2004), «la democrazia ha bisogno di tecnica, ma anche di consapevolezza. E la consapevolezza non si improvvisa: si costruisce».