venerdì 20 febbraio 2026

Corso di politica internazionale: 18 Lo yuan conquista la Russia


https://youtu.be/alUJnThzTYU


1. L'Asimmetria degli Scambi:
Un Mercato Senza Concorrenza

Il dato più eclatante non è solo la crescita del volume d'affari (+40%), ma lo squilibrio qualitativo tra import ed export. Mentre la Russia esporta materie prime a prezzi scontati, la Cina esporta tecnologia e valore aggiunto.

  • Il Vuoto Occidentale: L'esodo delle aziende occidentali ha trasformato la Russia in un "parco giochi" per i brand cinesi (Xiaomi, Tecno, Chery).

  • Settore Automotive: La vendita di 287.000 veicoli cinesi in soli cinque mesi, a fronte del crollo della produzione interna russa (-67%), segna la fine della sovranità industriale di Mosca in settori chiave.

2. Il Dilemma Energetico: Diversificazione vs. Monopolio

Russo smonta il mito della Russia come "fornitore indispensabile" per Pechino. La Cina applica una strategia di sicurezza energetica multi-vettore:

  • Gas: Pechino non si lega mani e piedi a Mosca. Importa solo il 10% del suo gas dalla Russia, preferendo diversificare con USA, Qatar e Australia.

  • Petrolio: Sebbene la Russia sia un fornitore primario, la competizione con l'Arabia Saudita e gli sconti forzati sul prezzo del Brent mettono Mosca in una posizione di debolezza contrattuale ("Price Taker" anziché "Price Maker").

3. La "Yuanizzazione": La Trappola Monetaria

Forse il punto più critico del saggio è la transizione finanziaria. L'abbandono del dollaro e dell'euro a favore di un interscambio regolato al 70% in Yuan e Rubli non è una liberazione, ma un cambio di padrone.

  • Rischi: La dipendenza dallo Yuan espone la Russia alle fluttuazioni e alle decisioni politiche della Banca Popolare Cinese, senza che Mosca abbia strumenti di difesa.

4. Dal Partenariato al Vassallaggio

Il saggio conclude con una riflessione sulle implicazioni di sicurezza e sovranità. Il "legame asimmetrico" apre la porta a richieste cinesi che Mosca non potrà rifiutare:

  • Accesso a tecnologie militari sensibili.

  • Presenza navale russa nell'Artico.

  • Influenza cinese nelle repubbliche dell'Asia Centrale, storicamente cortile di casa del Cremlino.

Considerazioni Finali

L'analisi suggerisce che la Russia, nel tentativo di sfuggire all'isolamento occidentale, stia scivolando in una condizione di vassallaggio strutturale. La Cina non si presenta come un alleato paritetico, ma come un "socio di maggioranza" che approfitta della necessità russa per consolidare la propria egemonia globale.

Nota Critica: Sebbene la Russia mantenga una parvenza di autonomia politica grazie al suo arsenale nucleare e al seggio al Consiglio di Sicurezza ONU, la sua "pancia" economica batte ormai al ritmo di Pechino. Il punto di non ritorno sembra essere stato superato.


giovedì 19 febbraio 2026

Corso di politica internazionale: 17 La Cina alla conquista del mondo

https://youtu.be/AI2K-c1RQuA

Cina e finanza globale: potere reale o narrazione geopolitica?

Cari amici che, come me, osservate con attenzione le dinamiche della politica internazionale, oggi affrontiamo un tema che ciclicamente ritorna nel dibattito pubblico: la presunta “conquista del mondo” da parte della Cina attraverso il controllo del debito sovrano delle grandi economie.

La questione è complessa e richiede uno sguardo critico, capace di distinguere tra percezione geopolitica e realtà finanziaria.

1. Il mito del “creditore dominante”

Si parte spesso da un dato: la Cina detiene una quota rilevante del debito pubblico degli Stati Uniti. Attraverso l’acquisto di Treasury bond, Pechino è stata per anni uno dei principali creditori esteri di Washington.

Ma occorre contestualizzare:

  • Il debito pubblico americano è detenuto prevalentemente da investitori domestici.
  • La quota cinese si aggira intorno al 5% del totale.
  • Negli ultimi anni la Cina ha progressivamente ridotto la propria esposizione.

Questo significa che, pur essendo un creditore importante, Pechino non esercita un controllo strutturale sulla finanza americana. Il mercato dei Treasury è il più liquido al mondo, e nessun singolo attore straniero ne determina gli equilibri.

2. Il caso giapponese e la struttura interna del debito

Il debito pubblico del Giappone è uno dei più elevati al mondo in rapporto al PIL. Tuttavia, è finanziato quasi interamente da investitori interni: banche, assicurazioni e fondi pensione giapponesi.

Anche qui la Cina detiene una quota limitata. Il modello nipponico dimostra come la sostenibilità del debito dipenda più dalla struttura interna del sistema finanziario che dalla presenza di creditori esteri.

3. Europa: influenza o interdipendenza?

In Europa la Cina ha acquistato titoli pubblici di:

  • Italia
  • Francia
  • Germania
  • Regno Unito
  • Spagna

In tutti i casi, tuttavia, le quote detenute sono minoritarie rispetto al totale del debito nazionale. Si tratta più di una strategia di diversificazione delle riserve valutarie che di una leva politica immediata.

Parallelamente, Pechino ha investito in infrastrutture, energia e porti europei, inserendosi nella più ampia cornice della , il progetto strategico lanciato dal presidente nel 2013.

Qui il discorso cambia: non è il debito pubblico a costituire lo strumento principale di influenza, bensì l’integrazione infrastrutturale e commerciale.

4. Il paradosso russo

Nel caso russo, la Cina è uno dei principali detentori esteri di titoli, ma non il primo. Inoltre, le dinamiche finanziarie tra Mosca e Pechino sono state ridefinite dalle sanzioni occidentali e dalla progressiva dedollarizzazione degli scambi.

Più che un rapporto di subordinazione, si osserva una convergenza strategica dettata da interessi geopolitici comuni.

5. Ma chi detiene il debito cinese?

Qui si ribalta la prospettiva.

Il debito cinese – pubblico e soprattutto privato – è tra i più elevati al mondo in termini assoluti. Tuttavia:

  • È detenuto in larga misura da istituzioni domestiche.
  • Le principali banche sono controllate dallo Stato.
  • Il sistema finanziario è fortemente regolato dal Partito Comunista Cinese.

Questo modello limita la dipendenza da creditori esteri, ma genera altri rischi: scarsa trasparenza, debito degli enti locali, esposizione del settore immobiliare.

Il caso del colosso immobiliare ha mostrato le fragilità interne del sistema.

6. Debito come arma geopolitica?

La narrativa secondo cui la Cina “controllerebbe il mondo” attraverso il debito si collega alla teoria della cosiddetta “debt trap diplomacy”, ossia la diplomazia della trappola del debito.

Tuttavia:

  • Nei paesi avanzati, le quote detenute sono troppo ridotte per esercitare pressioni decisive.
  • I mercati finanziari sono altamente liquidi.
  • La vendita massiccia di titoli danneggerebbe anche la stessa Cina.

Il potere finanziario è sempre relazionale, non unilaterale.

7. Interdipendenza sistemica

L’economia globale contemporanea non funziona per logiche coloniali tradizionali, ma per interdipendenza.

La Cina:

  • finanzia parte del debito occidentale,
  • dipende dalle esportazioni verso quei mercati,
  • utilizza il dollaro come valuta di riserva,
  • è inserita nei circuiti della finanza globale.

Gli Stati Uniti:

  • beneficiano della domanda cinese di Treasury,
  • dipendono dalle catene produttive asiatiche.

È una rete, non una piramide.

8. Il vero nodo: transizione dell’ordine mondiale

Il punto centrale non è la quantità di debito detenuto, ma il progressivo spostamento degli equilibri economici globali verso l’Asia.

La Cina sta cercando di:

  • internazionalizzare lo yuan,
  • costruire istituzioni alternative (come l’AIIB),
  • ridurre la dipendenza dal dollaro.

Ma il sistema finanziario globale resta ancora largamente ancorato all’architettura costruita nel secondo dopoguerra sotto leadership americana.

Conclusione critica

Parlare di “conquista del mondo” attraverso il debito è una semplificazione suggestiva ma fuorviante.

Il debito pubblico è uno strumento finanziario, non una catena di comando.
L’influenza cinese cresce, ma si muove dentro un sistema di interdipendenze reciproche.

La vera domanda non è chi possiede il debito di chi, ma:

  • Chi controlla le tecnologie strategiche?
  • Chi detta gli standard industriali?
  • Chi domina le infrastrutture digitali?
  • Chi stabilisce le regole del commercio globale?

È su questi terreni che si gioca il futuro dell’ordine mondiale.

Un saluto da Nat Russo.
Alla prossima riflessione.


mercoledì 18 febbraio 2026

Corso di politica internazionale: 16 La Cina alla conquista dell'Italia

 https://youtu.be/1Xx0PtxVZQs 

Nel quadro delle trasformazioni dell’economia globale degli ultimi due decenni, la crescente presenza della Repubblica Popolare Cinese nel sistema produttivo italiano costituisce un caso di studio emblematico delle nuove dinamiche di interdipendenza asimmetrica tra economie avanzate e potenze emergenti. Gli investimenti cinesi in Italia, articolati tra acquisizioni industriali, partecipazioni azionarie, infrastrutture strategiche e centri di ricerca, sollevano interrogativi che travalicano la dimensione strettamente economica, investendo i piani della sovranità tecnologica, della sicurezza nazionale e della proiezione geopolitica europea.

Mappa delle acquisizioni e delle partecipazioni

Tra le operazioni più rilevanti si colloca l’acquisizione del 75% del gruppo da parte di Weichai (spesso indicata come Wei Power), che ha consentito al produttore italiano di yacht di lusso di consolidare la propria presenza nei mercati asiatici dopo una fase di difficoltà finanziaria. Analogamente, l’ingresso della statale nel capitale di (con una quota di controllo superiore al 60%) ha rappresentato uno degli investimenti cinesi più significativi in Europa occidentale, segnando un passaggio cruciale nella governance di un marchio simbolo dell’industria italiana.

Nel settore della meccanica pesante, ha acquisito il controllo di , mentre nel comparto energetico la State Grid Corporation ha rilevato partecipazioni in asset strategici della rete elettrica italiana, tra cui quote di e di . Sempre nel settore energetico, la è entrata con una quota rilevante nella divisione esplorazione e produzione di .

Accanto alle acquisizioni industriali, si registra una presenza crescente nei comparti tecnologici. Il gruppo ha aperto centri di ricerca e collaborazioni accademiche in Italia, mentre ha avviato iniziative nell’ambito dell’intelligenza artificiale. Nel settore delle infrastrutture, la ha partecipato a progetti ferroviari ad alta velocità, inclusi segmenti legati alla linea .

Anche il comparto turistico ha visto una crescente integrazione: il gruppo ha siglato accordi per la promozione del turismo cinese verso l’Italia, mentre operatori come hanno ampliato la propria presenza nel mercato europeo.

Benefici economici e logiche di complementarità

Dal punto di vista strettamente economico, tali investimenti possono essere interpretati come espressione di una strategia win-win, in cui capitali cinesi contribuiscono alla ricapitalizzazione di imprese italiane, favorendo l’accesso a nuovi mercati e rafforzando la competitività globale. In diversi casi, l’ingresso di investitori cinesi ha permesso il salvataggio o il rilancio di aziende in crisi, preservando livelli occupazionali e capacità produttiva.

L’Italia, caratterizzata da un tessuto industriale composto prevalentemente da piccole e medie imprese e da grandi marchi ad alto valore simbolico, ha beneficiato di flussi finanziari capaci di sostenere innovazione, ricerca e internazionalizzazione. La Cina, dal canto suo, ha perseguito una strategia di upgrading tecnologico coerente con il piano “Made in China 2025”, mirando all’acquisizione di competenze avanzate nei settori della meccanica di precisione, dell’automotive e dell’energia.

Rischi sistemici e questioni di sovranità

Tuttavia, l’analisi critica non può ignorare i rischi connessi a tali dinamiche. La cessione di quote significative in aziende operanti in settori strategici – energia, telecomunicazioni, infrastrutture – solleva interrogativi circa la perdita di controllo nazionale su asset critici. In un contesto di competizione sistemica tra blocchi geopolitici, l’influenza economica può tradursi in leva politica.

Le preoccupazioni riguardano in particolare:

  1. Sicurezza nazionale: il controllo o l’accesso a reti energetiche e infrastrutture di comunicazione comporta potenziali vulnerabilità.
  2. Trasferimento tecnologico: l’acquisizione di know-how industriale può rafforzare la capacità competitiva cinese a scapito dell’autonomia europea.
  3. Dipendenza finanziaria: l’afflusso di capitali esteri in settori chiave può generare asimmetrie di potere contrattuale.

Non a caso, negli ultimi anni l’Unione Europea ha rafforzato i meccanismi di screening sugli investimenti esteri diretti, e l’Italia ha ampliato l’uso del cosiddetto “golden power” per tutelare settori ritenuti strategici.

Tra apertura e prudenza: quale equilibrio?

La valutazione complessiva degli investimenti cinesi in Italia non può essere ridotta a una dicotomia semplicistica tra beneficio e minaccia. Essa richiede un’analisi multilivello che tenga conto delle interdipendenze globali, delle esigenze di crescita economica e delle implicazioni geopolitiche.

L’apertura ai capitali stranieri rappresenta una componente strutturale dell’economia italiana; tuttavia, in un’epoca di competizione tecnologica e di frammentazione dell’ordine internazionale, l’interesse nazionale impone strumenti di regolazione e vigilanza adeguati. La sfida consiste nel coniugare attrattività per gli investimenti con tutela della sovranità industriale e tecnologica.

In definitiva, il caso degli investimenti cinesi in Italia riflette una tensione più ampia tra globalizzazione economica e sicurezza strategica. Il futuro non offrirà risposte semplici: esso dipenderà dalla capacità delle istituzioni italiane ed europee di governare tali flussi con lucidità, evitando sia derive protezionistiche sia eccessive ingenuità geopolitiche.


martedì 17 febbraio 2026

Corso di politica internazionale: 15 La Cina investe in Europa

https://youtu.be/6lKK__F7goo

L'Eclissi del Dragone sull'Europa:
Tra Investimenti Strategici e Sovranità Continentale

Il panorama urbano e infrastrutturale europeo sta subendo una metamorfosi silenziosa. Dallo skyline di Londra ai porti del Mediterraneo, la presenza di capitali cinesi non rappresenta più un'eccezione, ma una componente strutturale dell'economia del Vecchio Continente. Come evidenziato da Nat Russo, questa strategia si articola su tre pilastri fondamentali: il prestigio immobiliare, il controllo logistico e l'acquisizione di know-how tecnologico.

1. Il Real Estate come Garanzia di Presenza

L'acquisizione di simboli architettonici come il grattacielo dei Lloyd’s o la Tour Ariane a Parigi non è solo un'operazione finanziaria. Possedere i "centri nervosi" delle capitali europee garantisce alla Cina una rendita posizionale e una visibilità istituzionale senza precedenti. Investimenti che superano il miliardo di sterline (come nel caso del Cheesegrater a Londra) segnano il passaggio della Cina da "fabbrica del mondo" a "proprietario del mondo".

2. Infrastrutture e Logistica: I Gangli Vitali

La strategia cinese appare particolarmente lucida nel settore dei trasporti. Non si tratta solo di costruire ponti o ferrovie (come la Belgrado-Budapest), ma di controllare i terminali del commercio globale:

  • Porti: Gli investimenti a Trieste, Vado Ligure e Valencia creano una rete logistica che collega direttamente Pechino al cuore del consumo europeo.

  • Energia: L'ingresso in società come EDP in Portogallo o DESFA in Grecia trasforma la Cina in un attore interno alle decisioni sulla sicurezza energetica europea.

3. Automotive e Tecnologia: Acquisire l'Eccellenza

Piuttosto che competere dall'esterno, i colossi cinesi come Geely o Dongfeng hanno scelto di "comprare la storia". L'acquisizione di marchi come Volvo, Lotus e MG ha permesso a Pechino di assorbire decenni di ingegneria occidentale, accelerando la transizione cinese verso l'elettrico e riducendo il gap tecnologico che storicamente la separava dall'Europa.

La Reazione Europea: Tra Opportunità e Diffidenza

Questa massiccia iniezione di capitali solleva interrogativi cruciali che le autorità di Bruxelles non possono più ignorare:

RischioDescrizione
Dipendenza StrategicaIl controllo cinese su porti ed energia potrebbe diventare una leva politica in caso di tensioni diplomatiche.
Proprietà IntellettualeIl timore di un trasferimento forzato di tecnologie critiche verso aziende statali cinesi.
Cyber-sicurezzaL'integrazione di aziende cinesi in nodi infrastrutturali solleva dubbi sulla protezione dei dati sensibili.

"L'Europa si trova di fronte a un paradosso: ha bisogno dei capitali cinesi per modernizzare le proprie infrastrutture, ma teme che il prezzo da pagare sia la perdita della propria autonomia decisionale."

Conclusione

L'analisi ci ricorda che ogni grattacielo acquistato o tratta ferroviaria finanziata è un tassello di un mosaico più ampio. La Cina non sta semplicemente investendo in Europa; sta integrando l'Europa nel proprio sistema di sviluppo globale. La sfida per il prossimo decennio sarà stabilire un confine netto tra partenariato economico e vulnerabilità sistemica.