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Il mondo dei muri.Geopolitica della separazione nell’era della globalizzazione
Nel lessico politico del XXI secolo, il muro è tornato a essere una parola chiave. Laddove la fine della Guerra fredda aveva illuso il mondo occidentale circa l’avvento di una globalizzazione senza confini, la realtà geopolitica contemporanea racconta una storia opposta: mai come oggi gli Stati hanno costruito barriere fisiche, tecnologiche e simboliche per separarsi gli uni dagli altri. I muri non sono residui del passato, ma dispositivi pienamente moderni, strumenti di governo della paura, del conflitto e della diseguaglianza globale.
Il muro come tecnologia del potere
Ogni muro nasce da una giustificazione ufficiale — sicurezza, terrorismo, controllo dei flussi migratori, difesa sanitaria o territoriale — ma svolge una funzione più profonda: rendere visibile un rapporto di forza. Il muro non risolve il conflitto, lo congela. Non elimina le cause della migrazione, della violenza o dell’instabilità, ma ne gestisce gli effetti, spesso spostandoli altrove.
In questo senso, i muri sono strumenti di governo dell’asimmetria: tra Nord e Sud del mondo, tra ricchi e poveri, tra Stati stabili e regioni fragili, tra identità nazionali percepite come “pure” e popolazioni considerate estranee o minacciose.
Europa: muri interni a una promessa di unità
L’Europa, che si è narrata come spazio post-nazionale e pacificato, è attraversata da fratture profonde. Il muro nordirlandese, sorto nel 1969 e ancora oggi in larga parte esistente, dimostra come la separazione fisica possa diventare una normalità permanente, anche dopo gli accordi di pace. Non divide soltanto territori, ma memorie, identità religiose e appartenenze politiche.
A Cipro, la “linea verde” imposta dalle Nazioni Unite dal 1974 rappresenta uno dei fallimenti più duraturi della diplomazia internazionale: un’isola spaccata in due, con Nicosia unica capitale europea ancora divisa, simbolo di una sovranità incompiuta e di una pace mai realmente costruita.
Le barriere tra Grecia e Turchia, così come quelle erette a Ceuta e Melilla, segnano invece il confine esterno dell’Europa-fortezza. Qui il muro diventa strumento di esternalizzazione del controllo migratorio, una delega implicita ai paesi limitrofi del compito di contenere le conseguenze delle diseguaglianze globali prodotte anche dall’Occidente stesso.
Africa: muri post-coloniali e conflitti irrisolti
Il muro tra Marocco e Sahara Occidentale è una delle strutture militari più lunghe al mondo, ma anche una delle meno discusse. Esso materializza una questione coloniale mai risolta, in cui il diritto all’autodeterminazione viene subordinato alla stabilità geopolitica e agli interessi strategici.
Analogamente, il confine fortificato tra Zimbabwe e Botswana rivela l’ambiguità delle giustificazioni ufficiali: dietro il linguaggio sanitario e agricolo si nasconde la gestione selettiva della mobilità umana, in un continente dove i confini tracciati dal colonialismo continuano a produrre instabilità strutturale.
Americhe: il muro come spettacolo politico
Il muro tra Stati Uniti e Messico è forse il più emblematico. Più che una semplice infrastruttura di confine, esso è diventato un dispositivo simbolico, centrale nel discorso politico interno statunitense. I dati sulle morti e sugli arresti dimostrano che la barriera non ferma la migrazione, ma la rende più pericolosa, spingendo i flussi verso rotte desertiche e aumentando il costo umano dell’attraversamento.
Qui il muro funziona come strumento narrativo, capace di trasformare un fenomeno socio-economico complesso in una questione di ordine pubblico, semplificando il dibattito e alimentando consenso attraverso la paura.
Medio Oriente: muri di sicurezza e guerre permanenti
In Medio Oriente, i muri sono parte integrante di conflitti armati e rivalità regionali. Le barriere tra Israele e Palestina, tra Arabia Saudita e Yemen, tra Israele ed Egitto o tra Kuwait e Iraq rispondono a logiche di sicurezza immediata, ma producono effetti di lungo periodo devastanti: frammentazione territoriale, radicalizzazione, impoverimento e perdita di fiducia in qualsiasi soluzione politica negoziata.
Il muro israelo-palestinese, in particolare, è diventato il simbolo globale della separazione come forma di governo, in cui la sicurezza di uno Stato si fonda sulla compressione sistematica della libertà di un altro popolo.
Asia: confini coloniali, nazionalismi e sorveglianza
In Asia meridionale e orientale, i muri seguono spesso confini ereditati dall’epoca coloniale. La linea Durand tra Pakistan e Afghanistan, le barriere tra India e Pakistan in Kashmir, e il lunghissimo muro tra India e Bangladesh mostrano come le ferite della decolonizzazione siano state trasformate in architetture permanenti di controllo.
Qui il muro è affiancato da tecnologie di sorveglianza avanzate, trasformandosi in una infrastruttura ibrida, fisica e digitale, che anticipa il futuro del controllo territoriale globale.
Il fallimento della governance globale
La proliferazione dei muri pone una questione cruciale: l’incapacità delle istituzioni internazionali, a partire dall’ONU, di prevenire e risolvere i conflitti strutturali. I muri prosperano dove il diritto internazionale arretra, dove la diplomazia è sostituita dalla deterrenza e dove la sicurezza è intesa esclusivamente in termini militari.
Ogni nuovo muro rappresenta, in fondo, una sconfitta della politica: il riconoscimento implicito che il dialogo, la cooperazione e la giustizia globale sono stati abbandonati in favore della separazione e dell’isolamento.
Conclusione: un mondo frammentato
Il mondo dei muri non è un mondo più sicuro, ma un mondo più fragile. Le barriere non eliminano le cause della migrazione, del terrorismo o della guerra; le rinviano, le concentrano, le radicalizzano. In un pianeta interdipendente, segnato da crisi climatiche, economiche e demografiche, costruire muri significa rifiutare la complessità invece di governarla.
I muri raccontano la nostra epoca meglio di qualsiasi trattato: un’epoca che ha smarrito la fiducia nel futuro comune e ha scelto la difesa dell’immediato. Finché continueremo a erigere barriere, continueremo anche a moltiplicare le fratture che pretendiamo di contenere.
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