lunedì 8 dicembre 2025

Corso di politica nazionale: 10 I furbetti del Terzo Settore


I furbetti del Terzo Settore: quando il non profit diventa rendita

Numeri imponenti, controlli fragili

Il Terzo Settore italiano non è più una galassia marginale dell’economia nazionale. Secondo i dati Istat, occupa oltre 650.000 addetti, genera un volume economico di circa 67 miliardi di euro, supera per fatturato l’intero comparto della moda made in Italy e contribuisce da solo al 4,3% del PIL nazionale.

Una dimensione sistemica, che rende il non profit non soltanto un attore sociale, ma un soggetto economico di primo piano. E proprio per questo, come osserva con lessico notarile la Corte dei conti, si tratta di un mondo «frammentario e disorganico», nel quale le asimmetrie regolative e i vantaggi fiscali rischiano di trasformarsi in rendite opache.

Il costo pubblico del non profit

I giudici contabili stimano le ricadute complessive sulla finanza pubblica attorno a un miliardo di euro l’anno, considerando:

  • 5 per mille;
  • agevolazioni IRES;
  • detrazioni e deduzioni IRPEF;
  • regimi IVA agevolati;
  • prelievo ridotto sugli immobili.

Il quadro è quello di una robusta sforbiciata fiscale, che coinvolge sia imposte dirette sia indirette, accompagnata da:

  • adempimenti amministrativi semplificati;
  • misure di sostegno economico;
  • corsie preferenziali regolative.

Un sistema pensato per sostenere il valore sociale prodotto, ma che finisce per creare – parole della Corte dei conti – una «indubbia situazione di vantaggio per gli organismi di maggiori dimensioni e più strutturati», capaci di investire in marketing, promozione e orientamento dei contribuenti. Il risultato è una dispersione eccessiva delle risorse, a beneficio di una pletora di soggetti formalmente meritevoli, ma sostanzialmente diseguali.

Un contributo “a pioggia” che indebolisce l’istituto

Il paradosso è evidente: il sistema, così come concepito, genera:

  • costi di gestione elevati;
  • rallentamenti nelle procedure di erogazione;
  • il rischio concreto di svuotare di senso strumenti chiave, trasformandoli in un contributo a pioggia, poco selettivo e scarsamente valutabile in termini di impatto.

Il non profit, anziché essere premiato per i risultati, viene spesso finanziato per inerzia normativa o visibilità comunicativa.

I numeri dell’evasione: quando la solidarietà è una copertura

L’incrocio tra la neonata anagrafe del Terzo Settore e i controlli dell’Agenzia delle Entrate ha restituito un quadro tutt’altro che marginale:

  • 2010: oltre 230 milioni di euro di proventi non dichiarati;
  • 2012imposte recuperate superiori a 350 milioni di euro;
  • trend dichiaratamente in crescita.

Numeri che certificano come una parte del non profit sia stata utilizzata come schermo fiscale, sfruttando l’area grigia tra attività istituzionale e commerciale.

Truffe creative, con fantasia tutta italiana

Le modalità di abuso raccontano una creatività imprenditoriale rovesciata.

C’è il circolo culturale emiliano che promuove «la crescita civile e culturale dei soci» annaffiandola con 80.000 birre l’anno, ricarichi del 400%800 consumazioni a serata e un giro d’affari plurimilionario. Il tutto sotto l’ombrello del dibattito umanistico.

In Piemonte, golf club esclusivi formalmente no-profit.
Nel Salernitano, un ristorante con attracco e rimessaggio barche che occulta 800.000 euro di ricavi.
Nelle Marche, un’associazione per la «diffusione della scienza optometrica» che opera come laboratorio oculistico commerciale.
A Torino, bocciofile che promuovono cene con menu online e coupon sconto.
In Lombardia, una ventina di maneggi travestiti da associazioni sportive dilettantistiche, con IVA evasa per quasi un milione di euro.

Il filo rosso è sempre lo stesso: attività economiche ordinarie mascherate da finalità sociali.

Il nodo irrisolto del 5 per mille

È però nel 5 per mille che emergono le contraddizioni più profonde. Le ONLUS ammesse all’ultimo riparto sono state circa 35.000, a fronte di appena 3.000 escluse. Tradotto: in ogni provincia italiana opererebbero oltre 350 associazioni “meritevoli” di sostegno pubblico.

I grandi nomi ottengono cifre coerenti:

  • AIRC: 55 milioni di euro;
  • Emergency: 10,3 milioni;
  • Medici Senza Frontiere: 8 milioni.

Ma subito dopo il sistema mostra le sue distorsioni:

  • terremotati abruzzesi: 54.000 euro;
  • “Mondo Gatto”: 52.000 euro;
  • Accademia della Crusca: 42.000 euro;
  • Save the Dogs and Other Animals: 135.000 euro;
  • Fondazione Italiana del Notariato: 343.000 euro;
  • Fondazione Rinnovamento dello Spirito Santo: 164.000 euro;
  • UAAR: 134.000 euro;
  • ADMO: 73.000 euro, quanto un asilo per cani di periferia.

Una distribuzione che non segue criteri di impatto sociale misurabile, ma piuttosto dinamiche emotive, visibilità comunicativa e capacità di intercettare firme.

Ripensare il sistema, non demolirlo

Il problema non è il Terzo Settore, ma il suo disegno istituzionale. Un sistema che:

  • premia chi comunica meglio, non chi incide di più;
  • protegge i grandi player;
  • disperde risorse su migliaia di micro-soggetti;
  • espone il non profit a abusi, delegittimazione e sfiducia.

Se il Terzo Settore è ormai una componente strutturale dell’economia italiana, allora non può più essere regolato come un’area di eccezione permanente. Trasparenza, valutazione dell’impatto, selettività e controlli mirati non sono un attacco alla solidarietà, ma la sua unica difesa credibile.

Perché senza riforme, i furbetti continueranno a prosperare. E a pagare il conto saranno, ancora una volta, i contribuenti e le organizzazioni che lavorano davvero per l’interesse pubblico.

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