
I furbetti del Terzo Settore: quando il non profit diventa rendita
Numeri imponenti, controlli fragili
Il Terzo Settore italiano non è più una galassia marginale dell’economia nazionale. Secondo i dati Istat, occupa oltre 650.000 addetti, genera un volume economico di circa 67 miliardi di euro, supera per fatturato l’intero comparto della moda made in Italy e contribuisce da solo al 4,3% del PIL nazionale.
Una dimensione sistemica, che rende il non profit non soltanto un attore sociale, ma un soggetto economico di primo piano. E proprio per questo, come osserva con lessico notarile la Corte dei conti, si tratta di un mondo «frammentario e disorganico», nel quale le asimmetrie regolative e i vantaggi fiscali rischiano di trasformarsi in rendite opache.
Il costo pubblico del non profit
I giudici contabili stimano le ricadute complessive sulla finanza pubblica attorno a un miliardo di euro l’anno, considerando:
- 5 per mille;
- agevolazioni IRES;
- detrazioni e deduzioni IRPEF;
- regimi IVA agevolati;
- prelievo ridotto sugli immobili.
Il quadro è quello di una robusta sforbiciata fiscale, che coinvolge sia imposte dirette sia indirette, accompagnata da:
- adempimenti amministrativi semplificati;
- misure di sostegno economico;
- corsie preferenziali regolative.
Un sistema pensato per sostenere il valore sociale prodotto, ma che finisce per creare – parole della Corte dei conti – una «indubbia situazione di vantaggio per gli organismi di maggiori dimensioni e più strutturati», capaci di investire in marketing, promozione e orientamento dei contribuenti. Il risultato è una dispersione eccessiva delle risorse, a beneficio di una pletora di soggetti formalmente meritevoli, ma sostanzialmente diseguali.
Un contributo “a pioggia” che indebolisce l’istituto
Il paradosso è evidente: il sistema, così come concepito, genera:
- costi di gestione elevati;
- rallentamenti nelle procedure di erogazione;
- il rischio concreto di svuotare di senso strumenti chiave, trasformandoli in un contributo a pioggia, poco selettivo e scarsamente valutabile in termini di impatto.
Il non profit, anziché essere premiato per i risultati, viene spesso finanziato per inerzia normativa o visibilità comunicativa.
I numeri dell’evasione: quando la solidarietà è una copertura
L’incrocio tra la neonata anagrafe del Terzo Settore e i controlli dell’Agenzia delle Entrate ha restituito un quadro tutt’altro che marginale:
- 2010: oltre 230 milioni di euro di proventi non dichiarati;
- 2012: imposte recuperate superiori a 350 milioni di euro;
- trend dichiaratamente in crescita.
Numeri che certificano come una parte del non profit sia stata utilizzata come schermo fiscale, sfruttando l’area grigia tra attività istituzionale e commerciale.
Truffe creative, con fantasia tutta italiana
Le modalità di abuso raccontano una creatività imprenditoriale rovesciata.
C’è il circolo culturale emiliano che promuove «la crescita civile e culturale dei soci» annaffiandola con 80.000 birre l’anno, ricarichi del 400%, 800 consumazioni a serata e un giro d’affari plurimilionario. Il tutto sotto l’ombrello del dibattito umanistico.
In Piemonte, golf club esclusivi formalmente no-profit.
Nel Salernitano, un ristorante con attracco e rimessaggio barche che occulta 800.000 euro di ricavi.
Nelle Marche, un’associazione per la «diffusione della scienza optometrica» che opera come laboratorio oculistico commerciale.
A Torino, bocciofile che promuovono cene con menu online e coupon sconto.
In Lombardia, una ventina di maneggi travestiti da associazioni sportive dilettantistiche, con IVA evasa per quasi un milione di euro.
Il filo rosso è sempre lo stesso: attività economiche ordinarie mascherate da finalità sociali.
Il nodo irrisolto del 5 per mille
È però nel 5 per mille che emergono le contraddizioni più profonde. Le ONLUS ammesse all’ultimo riparto sono state circa 35.000, a fronte di appena 3.000 escluse. Tradotto: in ogni provincia italiana opererebbero oltre 350 associazioni “meritevoli” di sostegno pubblico.
I grandi nomi ottengono cifre coerenti:
- AIRC: 55 milioni di euro;
- Emergency: 10,3 milioni;
- Medici Senza Frontiere: 8 milioni.
Ma subito dopo il sistema mostra le sue distorsioni:
- terremotati abruzzesi: 54.000 euro;
- “Mondo Gatto”: 52.000 euro;
- Accademia della Crusca: 42.000 euro;
- Save the Dogs and Other Animals: 135.000 euro;
- Fondazione Italiana del Notariato: 343.000 euro;
- Fondazione Rinnovamento dello Spirito Santo: 164.000 euro;
- UAAR: 134.000 euro;
- ADMO: 73.000 euro, quanto un asilo per cani di periferia.
Una distribuzione che non segue criteri di impatto sociale misurabile, ma piuttosto dinamiche emotive, visibilità comunicativa e capacità di intercettare firme.
Ripensare il sistema, non demolirlo
Il problema non è il Terzo Settore, ma il suo disegno istituzionale. Un sistema che:
- premia chi comunica meglio, non chi incide di più;
- protegge i grandi player;
- disperde risorse su migliaia di micro-soggetti;
- espone il non profit a abusi, delegittimazione e sfiducia.
Se il Terzo Settore è ormai una componente strutturale dell’economia italiana, allora non può più essere regolato come un’area di eccezione permanente. Trasparenza, valutazione dell’impatto, selettività e controlli mirati non sono un attacco alla solidarietà, ma la sua unica difesa credibile.
Perché senza riforme, i furbetti continueranno a prosperare. E a pagare il conto saranno, ancora una volta, i contribuenti e le organizzazioni che lavorano davvero per l’interesse pubblico.
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