lunedì 8 dicembre 2025

Corso di politica nazionale: 11 L’economia del bene

 


L’economia del bene

un’industria globale da 400 miliardi di dollari tra solidarietà, opacità e rendite

Il non profit come sistema economico globale

L’idea di beneficenza come attività marginale o residuale non regge più alla prova dei numeri. Oggi l’intero universo di fondazioni, ONG, ONLUS e organizzazioni affini vale circa 400 miliardi di dollari l’anno. Una cifra che, se fosse quotata, renderebbe l’“economia del bene” paragonabile a sei gruppi industriali della dimensione di ENI messi insieme.

Secondo i dati delle Nazioni Unite, operano nel mondo circa 50.000 organizzazioni non governative, sostenute da 140 milioni di volontari: più del doppio della popolazione italiana. Un esercito silenzioso che muove risorse finanziarie, capitale umano, consenso politico e influenza mediatica.

Ma dietro questa potenza economica si nasconde una domanda cruciale, spesso rimossa: quanta parte di questo flusso serve davvero ai beneficiari finali?

ONG globali: grandi bilanci, grandi apparati

Le ONG più ricche al mondo – Save the Children, World Vision, Feed the Children – gestiscono bilanci annuali superiori a 1,2 miliardi di dollari ciascuna. Dimensioni che impongono strutture complesse, apparati manageriali, strategie di comunicazione aggressive e una macchina organizzativa sempre più simile a quella delle multinazionali.

I fondi provengono in larga parte da:

  • finanziamenti pubblici;
  • donazioni private;
  • campagne di raccolta fondi rivolte ai cittadini.

In altre parole, denaro pubblico e fiducia privata. Ed è proprio su questo doppio canale che si gioca la questione della trasparenza.

Il caso italiano: crescita rapida, controlli diseguali

In Italia il Terzo Settore internazionale ha conosciuto una crescita significativa. Oggi le ONG riconosciute ufficialmente sono 248, attive su oltre 3.000 progetti in 84 Paesi, con:

  • 5.500 occupati;
  • 350 milioni di euro gestiti ogni anno.

I bilanci parlano chiaro:

  • Medici Senza Frontiere: 50 milioni €
  • ActionAid: 48 milioni €
  • Save the Children Italia: 45 milioni €
  • COOPI: 35 milioni €
  • CESVI: 33 milioni €
  • Emergency: 30 milioni €
  • AVSI: 28 milioni €
  • Intersos: 18 milioni €
  • CISP: 16 milioni €
  • VIS: 16 milioni €

Numeri che collocano queste organizzazioni non più nel campo del volontariato, ma in quello di una economia strutturata della solidarietà.

Dove finiscono davvero i soldi dei donatori?

La questione centrale resta irrisolta: quale quota delle donazioni arriva effettivamente ai progetti?

L’analisi dei bilanci mostra che una parte rilevante delle risorse viene assorbita da costi di funzionamento, stipendi, apparati amministrativi e, soprattutto, promozione.

Alcuni esempi emblematici:

  • Amnesty International Italia: su circa 7 milioni di euro, un terzo è destinato alla promozione e all’autosostentamento;
  • Greenpeace Italia (2011):
    • 2,349 milioni € per attività ambientali;
    • 2,482 milioni € per pubblicità e ricerca nuovi iscritti.

Promuoversi è legittimo, spesso necessario. Ma quando la comunicazione costa più dell’azione, il modello inizia a scricchiolare.

Controlli pubblici e rendiconti scomparsi

Nel 2012, la Corte dei Conti ha monitorato 84 progetti in 23 Paesi, riscontrando:

  • fondi mai arrivati a destinazione;
  • progetti fermi o in ritardo da anni;
  • rendicontazioni incomplete o del tutto assenti.

Accanto a queste criticità, esistono best practice virtuose, come CESVI, che nel 2011 ha destinato:

  • oltre 25 milioni di euro ai progetti;
  • 1,3 milioni alla raccolta fondi;
  • 750.000 euro al personale.

Bilanci chiari, accessibili online, tracciabilità delle spese: la trasparenza non è un’utopia, ma una scelta.

Scandali internazionali e emergenze infinite

Il problema è globale. Ad Haiti, dopo il terremoto, il 66% delle donazioni internazionali non è arrivato alla popolazione, ma è stato assorbito dal funzionamento delle ONG. Il 20% delle risorse è finito in stipendi, mentre alcune organizzazioni acquistavano fuoristrada da 40–50.000 dollari.

Ancora più emblematico il caso del Sahel: dal 1973 sono stati investiti oltre 300 miliardi di dollari in aiuti diretti e indiretti. Eppure nel 2012 18 milioni di persone necessitavano ancora di assistenza.

Qui emerge l’ossimoro dell’emergenza perenne.

Emergenza vs sviluppo: un incentivo perverso

La cooperazione internazionale nasce per generare sviluppo strutturale. Ma nel tempo il sistema ha favorito l’emergenza, perché:

  • rende di più in termini di fondi;
  • ha tempi di approvazione rapidissimi;
  • garantisce visibilità mediatica immediata.

I progetti di sviluppo, invece:

  • richiedono anni;
  • producono risultati meno “spendibili”;
  • faticano a ottenere finanziamenti.

Così molte ONG abbandonano lo sviluppo per inseguire l’emergenza, o nascono direttamente per intercettare crisi umanitarie cicliche. Un modello che alimenta il problema anziché risolverlo.

ONG come aziende: competizione, stipendi, privilegi

Le ONG competono tra loro per risorse come imprese sul mercato:

  • parlano il linguaggio del management;
  • adottano strategie di branding;
  • offrono stipendi comparabili al settore privato.

Il caso della buonuscita da 500.000 sterline all’ex segretaria generale di Amnesty International è solo la punta dell’iceberg.

E le testimonianze dal campo raccontano un’altra faccia della solidarietà: residenze protette, autisti, cuochi, sicurezza privata, uno stile di vita lontano anni luce dalla retorica dell’austerità umanitaria.

Terzo Settore, IVA e fine dell’eccezione morale

In questo contesto, l’introduzione dell’obbligo di partita IVA per molte attività del Terzo Settore appare come un ritorno alla realtà economica. Non un attacco ideologico, ma il riconoscimento che:

  • dietro la facciata etica possono nascondersi rendite e opacità;
  • il non profit è spesso una economia protetta e drogata;
  • rappresenta talvolta un serbatoio politico ed elettorale, con scambi opachi tra consenso e risorse pubbliche.

Se il Terzo Settore vuole continuare a rivendicare un ruolo centrale, deve accettare una regola semplice: stesse regole, stessi obblighi, stessa trasparenza.

Oltre l’etica, i servizi

Il nodo non è morale, ma economico e istituzionale. L’Italia non ha bisogno di retorica della bontà, ma di:

  • servizi reali;
  • costi competitivi;
  • impatto misurabile;
  • accountability rigorosa.

Solo così l’“economia del bene” potrà smettere di essere una zona franca dell’economia e diventare ciò che promette di essere: uno strumento efficace al servizio della società, non di appetiti insaziabili mascherati da virtù.

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