martedì 20 gennaio 2026

Corso di politica nazionale: 26 La disoccupazione giovanile in Italia



https://youtu.be/7vfmUYM0yDk


Incertezza, lavoro e futuro
una lettura critica dello stato sociale ed economico italiano

Negli ultimi anni il dibattito pubblico italiano è stato attraversato da una narrazione ricorrente: quella di un Paese in difficoltà, attraversato da incertezze strutturali, precarietà lavorativa e da una diffusa apprensione per il futuro. Dentro questa cornice generale, il tema del lavoro – e in particolare della disoccupazione giovanile – è diventato uno dei principali campi di confronto tra politica, media e opinione pubblica. Tuttavia, prima di trarre conclusioni affrettate, è necessario fare un’operazione preliminare di chiarificazione concettuale e metodologica, senza la quale ogni analisi rischia di essere fuorviante.

1. Il mito della “disoccupazione giovanile al 40%”

Uno degli errori più diffusi nel dibattito mediatico riguarda la rappresentazione della disoccupazione giovanile. Si sente spesso ripetere che “quattro giovani su dieci sono disoccupati”. Questa affermazione, per quanto suggestiva, è tecnicamente scorretta e contribuisce a generare una percezione distorta della realtà.

La disoccupazione, infatti, non si misura sull’intera popolazione giovanile, ma solo su quella attivamente in cerca di lavoro. Sono esclusi dal calcolo i cosiddetti “inattivi”, ovvero coloro che non stanno cercando lavoro perché impegnati in percorsi di studio o per altre ragioni personali.

Se consideriamo la fascia 15-24 anni, la maggioranza dei giovani è ancora inserita nel sistema educativo: molti sono nella scuola secondaria superiore, altri frequentano l’università, che in media si protrae fino ai 23-24 anni. In questo periodo, la ricerca attiva di lavoro è spesso marginale o assente. Di conseguenza, circa il 75% dei giovani tra 15 e 24 anni è inattivo, riducendo drasticamente il bacino reale di chi può essere considerato “disoccupato” in senso tecnico.

Su circa 6 milioni di giovani in questa fascia d’età, solo circa 1,5 milioni sono effettivamente attivi sul mercato del lavoro. Tra questi, la quota di chi cerca lavoro senza trovarlo si attesta intorno al 9,8%: dunque, meno di un giovane su dieci è realmente disoccupato nel senso statistico del termine.

Questo non significa minimizzare il problema: anche un 9,8% rappresenta decine di migliaia di persone e riflette una criticità strutturale. Tuttavia, la questione non è solo quantitativa, ma qualitativa: perché una parte di questi giovani non trova lavoro? E soprattutto: che ruolo ha il sistema educativo nel prepararli al mercato del lavoro?

Qui emerge una domanda scomoda ma necessaria: che cosa insegna davvero la scuola e l’università se poi molti giovani risultano poco appetibili per il mondo produttivo?




https://youtu.be/XFzw5fUWM6Y


2. Le preoccupazioni degli italiani: oltre il lavoro

Il tema dell’occupazione si inserisce in un quadro più ampio di inquietudine collettiva. Gli italiani non sono preoccupati solo per il lavoro, ma per un insieme articolato di fattori che delineano una condizione di insicurezza sistemica.

Tra le principali aree di apprensione possiamo individuare:

a) Lavoro e mercato occupazionale

La precarietà, la frammentazione dei contratti, la competizione crescente e l’impatto dell’automazione e della digitalizzazione alimentano un senso di instabilità. Il timore non è solo “trovare lavoro”, ma trovarne uno stabile, dignitoso e coerente con le proprie competenze.

b) Economia e finanza pubblica

La crescita economica stagnante, l’inflazione, l’elevato debito pubblico e la sostenibilità del sistema pensionistico sono elementi che contribuiscono a una percezione di fragilità strutturale del Paese.

c) Sanità e welfare

La qualità e l’accessibilità del Servizio Sanitario Nazionale sono al centro delle preoccupazioni, soprattutto dopo l’esperienza della pandemia. La gestione delle emergenze, la carenza di personale e le disparità territoriali rafforzano il senso di vulnerabilità.

d) Istruzione e formazione

Esiste una crescente inquietudine sull’adeguatezza del sistema educativo rispetto alle esigenze del mercato del lavoro. La scuola e l’università sono chiamate a ripensarsi, non solo come luoghi di trasmissione del sapere, ma come strumenti di inserimento attivo nella società.

e) Ambiente e cambiamento climatico

La crisi ambientale rappresenta una minaccia percepita sempre più concretamente: inquinamento, gestione dei rifiuti, transizione energetica e sostenibilità diventano questioni centrali anche nel dibattito pubblico italiano.

f) Sicurezza e legalità

Criminalità organizzata, microcriminalità, corruzione e immigrazione alimentano sentimenti di insicurezza, soprattutto in alcune aree del Paese.

g) Fiducia nelle istituzioni

La percezione di un sistema politico spesso inefficace, poco trasparente e distante dai cittadini contribuisce a una crisi di fiducia che attraversa trasversalmente la società.

3. La “nuova malinconia sociale”

Queste molteplici preoccupazioni non si sommano semplicemente: si intrecciano, generando una condizione che potremmo definire di malinconia sociale. Non si tratta solo di paura, ma di una forma più sottile di disincanto: un sentimento diffuso secondo cui il futuro potrebbe essere peggiore del presente.

Indagini come quelle del Censis mostrano come il timore rispetto ai rischi globali – crisi economiche, pandemie, cambiamenti climatici, instabilità geopolitica – vari in base al livello di istruzione, all’età e alla condizione reddituale. Non tutti vivono l’incertezza allo stesso modo: le fasce più vulnerabili sono naturalmente più esposte.

Parallelamente, cresce il numero di coloro che dichiarano di non essere disposti a fare sacrifici per cambiare la propria condizione, segno di una rassegnazione che può diventare socialmente paralizzante.

4. Come leggere il mercato del lavoro: gli indicatori chiave

Per comprendere davvero la situazione occupazionale, è fondamentale basarsi su dati affidabili e su indicatori corretti.

Tra le principali fonti:

  • ISTAT, attraverso l’indagine trimestrale sulle forze di lavoro, che fornisce dati su occupazione, disoccupazione e inattività.
  • INPS e INAIL, che raccolgono dati amministrativi sui contratti e sulle condizioni lavorative.
  • Osservatorio del Mercato del Lavoro del Ministero, che integra diverse fonti per fornire analisi sistemiche.
  • Eurostat, che consente confronti tra l’Italia e gli altri Paesi europei.

L’analisi dei dati recenti mostra tendenze complesse: variazioni nell’occupazione per fasce d’età, crescita di lavori non standard, aumento del part-time involontario e un rapporto ambivalente con il lavoro, sempre più percepito come strumento di reddito piuttosto che come realizzazione personale.

Allo stesso tempo, lo smart working e il welfare aziendale stanno ridefinendo il rapporto tra lavoratori e imprese, creando nuove opportunità ma anche nuove forme di disuguaglianza.

5. Conclusione: monitorare, comprendere, discutere

L’incertezza che attraversa la società italiana non è solo economica, ma culturale e psicologica. Non basta lamentarsi: è necessario monitorare, analizzare, discutere con rigore e senso critico.

La disoccupazione giovanile va compresa correttamente, senza allarmismi infondati ma senza neppure minimizzare le criticità. Le preoccupazioni degli italiani vanno lette come segnali di un sistema che richiede riforme profonde: nel lavoro, nell’istruzione, nella sanità, nella politica e nella gestione delle risorse ambientali.

Solo attraverso una discussione informata, basata su dati e non su slogan, sarà possibile affrontare quella che hai giustamente definito una “incertezza malinconica” e trasformarla in un progetto collettivo per il futuro.

Per ora, questa riflessione resta aperta – e merita di essere approfondita ancora.


https://youtu.be/IVEKcLSU7-k


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